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il CORRIERE FEDERALE |
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| Organo periodico di informazione della FEDERAZIONE | ||
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Pavana di Nanni Malpica ![]() E` la storia di una famiglia, che vuol fare le cose a modo suo, contro tutto e contro tutti.
Il libro è acquistabile anche on line direttamente presso l'editore A Nanni, vecchio amico e amministratore de Il Villaggio, vanno gli auguri affettuosi della nostra redazione, |
BIOGRAFIA AUTORE
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Mi chiamo Nanni Malpica,
sono nato nel'55, a Roma, dove attualmente vivo. Ho lavorato a lungo
nell'ambiente teatrale, come scrittore ed elaboratore di testi, a
volte come attore o come performer, più raramente come regista o
assistente alla regia. |
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Gli strani viaggi di Lara Croft Racconto semifantastico delle avventure di una forumista Decima puntata |
![]() Il romanzo d'appendice |
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Arrivi, partenze e
ritorni L'obiettivo primario della Gossip farm, come è facile intuire, era il villaggio e tutti i suoi abitanti, ma anche alcuni paesini confinanti come 'Insomnia' e lo Stagno per pennutedaesaurimento. Vi chiederete cosa c'entrino le ali o le piume con uno stagno... Beh, sono spiacente di non poter soddisfare la vostra curiosità, ma è qualcosa di cui soltanto loro sono a conoscenza. Lo stagno, era il nuovo quartier generale di Chisselafuma e Lisaflop, o meglio, lo era diventato da quando avevano lasciato il villaggio, deluse e arrabbiate a causa della triade amministrativa, che non ha potuto o voluto accogliere la loro richiesta: allontanare Orazia Split e Firula Spike. La prima, perché cercava ossessivamente di redimerle, e naturalmente includere i loro nomi nelle sue preghiere giornaliere non bastava, bisognava anche fare un lavoro 'spirituale'. E se, nel tentativo di aiutarle a rimettersi sulla retta via, alla povera Orazia sfuggiva qualche vocabolo non proprio esatto, non era certo colpa sua. Ma per chisselafuma, quel suo piccolo disturbo dovuto alla distrazione, era qualcosa che non poteva essere perdonato. La sua collega, a furia di star col dito alzato si era convinta di poterlo fare soltanto lei, ma cosa ancora più importante, aveva la certezza che nessuno poteva insegnarle più nulla. Per questo i tentativi di Orazia le causavano non poca irritazione. La seconda, Firula Spike, perché le aveva più volte fotografate in momenti in cui non erano esattamente 'in forma', almeno era quello che le due pennute sostenevano. Ma la reporter non aveva mai minacciato di renderle pubbliche nè di volerne fare altro uso se non quello che riguardava l'aggiornamento del suo imponente archivio. C'era anche un'altra persona per cui le due succitate erano presenze assai sgradite: Farcita.di.perle. Lei fece molto più che arrabbiarsi... chiese a Zio Pivone le chiavi di una vecchia chiesetta abbandonata, ufficialmente con l'intenzione di rimetterla a nuovo, affinchè diventasse un altro importante, ancorché piccolo, punto di ritrovo del villaggio, ma in realtà quel posto le servì per tutt'altro scopo. Organizzò delle messe nere a cui parteciparono tutte quelle che non amavano Orazia e Firula. Si procurò due pupazze rassomiglianti le due donne, e a turno, iniziarono a pungerle con degli spilli, recitando una specie di preghiera che faceva così: 'Abbandonate queste valli... oh spiriti tenebrosi, o avrete più dolori dei lebbrosi'. Ma il rimedio non sembrò funzionare, almeno non nel modo che esse avrebbero voluto. Firula e Orazia non provarono alcun dolore, e non smisero di parlare... nel senso che non riuscivano più a star zitte un attimo, aumentando la frustrazione delle tre, a cui non restò altro da fare che porre Zio Pivone, Satuttolui e il giovane Alienista di fronte ad un ultimatum: "O noi o loro". I tre amministratori si riunirono in gran segreto, non prima di aver annunciato che si sarebbero espressi entro tre giorni lavorativi, ma solo se avessero raggiunto un accordo unanime. Così fu: la risposta era 'loro', così le pennute e Farcita, presero la grave e terribile decisione di abbandonare quel luogo, seppur a loro assai caro. Un attimo prima che varcassero il portone, la voce di Zio Pivone le bloccò, le tre ebbero un moto di soddisfazione: - E' inutile che provi a fermarci. La decisione è presa. - affermò senza voltarsi Farcita, in modo che lui non potesse vedere il suo sorriso di trionfo. Zio Pivone: - Volevo solo chiederti indietro le chiavi della chiesetta. - fece lui in tono assolutamente impersonale. Farcita non nascose il suo disappunto, e invece di consegnarle gliele gettò ai piedi, con gesto brusco e rabbioso. Poi, girò sui tacchi, seguita dalle altre due, sbattendosi il portone alle spalle. Ho parlato di 'arrivi', ma in realtà, tra i tanti personaggi che conosciamo e che conoscete, ce n'è stato soltanto uno di arrivo degno di nota, ed è quello del Prof. Paranoiainfettiva, che per comodità chiameremo solo Prof. Paranoia. Non so come sia arrivato al villaggio, ma di sicuro ci ha illustrato con dovizia di particolari come la malattia di cui soffriva potesse essere contagiosa e destabilizzante. |
Spero non stia
leggendo, altrimenti potremmo vederlo arrivare con tanto di
accuse di 'razzismo' e discriminazione della categoria dei
professori, da sventolarmi in faccia.
Se doveste incontrarlo o parlare di lui, non definitelo 'torinese', nè canadese o lappone, perché la prenderebbe come un'offesa grave. Non definitelo in alcun modo, se volete andare sul sicuro. Non era un personaggio sgradevole, almeno non all'apparenza, ma con lui bisognava stare attenti a quello che si diceva, perché da amico, da persona amabile e gentile poteva trasformarsi nel più intrattabile e temibile 'nemico'. Ha amici sparsi in tutt'Italia e nel mondo, per cui di fronte a chiunque dovesse fargli qualche torto, minaccerà di sguinzagliare le sue importanti conoscenze per scoprire notizie sulla vita privata, nonchè i classici 'scheletri nell'armadio' da usare come arma. Testardo, tenace, il suo motto era 'occhio per occhio dente per dente', il perdono e/o la comprensione non figuravano nel suo vocabolario. A scatenare la sua rabbia, bastava un nonnulla, un sospetto, una piccola ombra, qualcosa che in realtà esisteva soltanto nella propria testa. Lo conobbi nel breve periodo che passai nello stagno delle pennute, e notai che queste ultime, dove averlo accolto e trattato con tutti gli onori, presero ad attaccarlo ferocemente, e questo, come al mio solito, mi portò a difenderlo. Lo avevo notato anche al villaggio, in precedenza, ma non avevo avuto occasione di scambiarci qualche parola. Garbury, dalla Gossip farm, lo aveva spesso deriso per via del suo vittimismo, in un modo che egli, non appena lo scoprì, non digerì affatto. Raccontava sempre una storia curiosa, con un fare melodrammatico che non aveva pari: soffriva per via di un massacro cui non era stato presente, ma che aveva segnato profondamente la sua esistenza. Circa settant'anni fa, pare che un gruppo di tedeschi affamati, abbiamo fatto fuori ben quattrodici professori, rubati dalla cucina di un suo avo. Si trattava di una tipologia di dolci molto nutrienti, ricchi di fosforo e di altre importanti sostanze, con l'aggiunta di qualche goccia di birra nell'impasto, di cui si sa, i tedeschi vanno matti. La rabbia e la sete di vendetta lo accompagnarono per tutta la vita, ecco perché odiava chiunque lo chiamasse 'il professore', perché gli ricordava quello scempio, obbligandolo a mettersi sulla difensiva. Inizialmente eravamo amici, sebbene avessi capito che le sue reazioni erano spesso esagerate e ingiustificate, mi rendevo conto che non era colpa sua, ma del virus che albergava nel suo organismo. Cercai di comprenderlo e di non urtare i suoi sentimenti, ma un giorno, l'intervento di Snerva cambiò tutto. Ella gli rivelò che scrivevo per la Gossip farm di Garbury e gliene fece leggere una copia, per farmi un dispetto. Nonostante non avessi scritto nulla che lo riguardasse, egli mi ritenne egualmente responsabile del comportamento di Garbury; mi rivolse accuse e insulti di ogni genere, mi mandava lettere, mail, cartoline, in quantità industriale a cui inizialmente provai a rispondere, per cercare di farlo ragionare. Ma poi mi resi conto che anche il verbo 'ragionare' non era presente nel suo vocabolario personale, e smisi di provarci. Le sue tante lettere comprendevano minacce non solo e non tanto contro di me, ma contro Garbury che cercai di difendere e aiutare in ogni modo, ma inutilmente. Alla fine lasciò per sempre queste terre, come aveva annunciato da tempo, per raggiungere la 'Profcity', città straniera in cui i 'professori' erano ancor più in grave pericolo, sotto la minaccia costante dei golosi. Da allora non ho avuto più notizie di lui. Spero nessuno abbia tentato di mangiarlo. Lasciamo da parte il prof. Paranoia e occupiamoci dei 'ritorni' al villaggio, di cui siamo state protagoniste io e Blondie Skater, anche se non si poteva parlare di un vero ritorno, poichè in passato ci avevamo trascorso poco tempo, io quasi tutto in discarica. Con Garbury, scrivevamo molti articoli sbeffeggianti sul villaggio e i suoi abitanti, anche se invero, io mi occupavo soprattutto di Insomnia, era quello il mio vero obiettivo; ma se qualcuno aveva qualcosa da ridire su quanto avevo scritto, l'unico modo che aveva per farlo, era che io fossi presente al villaggio. A Garbury invece, le rettifiche, le repliche in diretta o vis à vis, non interessavano, preferiva operare esclusivamente alla Gossip farm. (continua) Lara Croft di Frammenti Nel prossimo numero Lo strano caso dei "braghettoni blu" |
POLPETTONE dodiicesima puntata. Nei giorni successivi Gennaro vide don Giulio solo di sfuggita: L’anziano prelato passava tutto il suo tempo in biblioteca a consultare vecchi documenti. Era sinceramente convinto che esistesse un editto di Carlo V, il cosiddetto privilegio di Carlo V, in cui si affermava l’uguaglianza dei diritti di voto tra nobiltà e popolo, ed intendeva rintracciarlo. Questa sua convinzione, e la conseguente inimicizia dei nobili, erano state la causa di tutte le sue disgrazie ed ora, ottantenne, ancora non rinunciava al desiderio di una rivalsa. Appena ritornato a Napoli, dopo dodici anni in un carcere spagnolo, già chierico, aveva preso l’abito talare, più che per fede, per poter appartenere ad una casta potente, che lo tenesse al riparo dall’odio dei suoi irriducibili nemici. Era stato Eletto del Popolo nel ’20, nominato dall’allora viceré, duca di Ossuna, che si era prefisso di contrastare lo strapotere della nobiltà alleviando le miserie del popolo e favorendo la classe degli artigiani e dei commercianti. Il duca aveva suscitato l’entusiasmo delle classi povere, abolendo l’odiosa tassa sulla frutta, loro alimento principale e, nel Genoino, nemico giurato dei nobili, aveva trovato un valido collaboratore. Quando però il duca fu sostituito dal cardinale Gaspare Borgia, don Giulio non si arrese e tentò di contrastare la successione organizzando una serie di moti di piazza. La cosa però non riuscì e fu costretto a fuggire. Ritrovato, arrestato e giudicato, fu condannato al carcere a vita. Dopo dodici anni passati in carceri spagnole, fu finalmente graziato, con l’obbligo di non tornare a Napoli, cosa che gli fu infine concessa dopo qualche anno. Gennaro aveva appreso tutte queste cose da Gaetano, il vecchio stalliere col quale lavorava e, pur avendone la massima soggezione, nutriva un’ardente ammirazione per il vecchio prelato. La vita di aiuto stalliere non era particolarmente dura: all’alba portava fuori i cavalli, li strigliava fino a che il pelo non diventava lucido e brillante, li faceva camminare nel cortile, poi li legava agli appositi anelli posti nel muro e si dedicava alla pulizia delle stalle. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, questo lavoro, non gli pesava: gli piacevano quei generosi animali che, al mattino, lo riconoscevano e gli andavano incontro salutandolo con vigorose testate, e gli piaceva anche l’odore di stallatico e quello del fieno appena liberato dalle grosse balle. Anche il compito di lavare le due carrozze era, per lui, più un divertimento che un lavoro. Quando poi, purtroppo raramente, don Giulio usciva in carrozza, se la godeva un modo dal suo posto a cassetta accanto al cocchiere, impettito nella bellissima divisa verde e oro che era l’uniforme di gala di tutti i servitori della casa. Sistemati i cavalli per la notte, verso le cinque del pomeriggio, era finalmente libero di andarsene in giro per la città, e correva a raggiungere il suo amico Masaniello o, più raramente, andava a salutare Micco, alla bottega di don Aniello. Le serate con Masaniello erano sempre un’avventura, l’esuberante personalità del giovane lo portava a frequentare le bettole più sordide oppure, secondando la sua passione per il gioco d’azzardo, trascorreva gran parte della notte alla "Camorra" giocando ai dadi. Naturalmente le risse erano frequentissime e non era raro che il giovane ritornasse a casa poco prima dell’alba, sanguinante da qualche ferita. |
Fu appunto una di queste notti che, rientrando di soppiatto alle stalle, si trovò di fronte Titinella. La giovane cameriera non perdeva occasione di incontrarlo "per caso" ed aveva tentato in tutti i modi di palesargli la sua simpatia, Gennaro però ne era intimidito e la sfuggiva.
- O Madonna mia! Che ti hanno fatto? – Esclamò la
ragazza vedendolo insicuro sulle gambe e sanguinante da un braccio. Prese per un braccio il riluttante Gennaro, e lo trascinò per una serie di scalette e di corridoi fino alla sua cameretta: un piccolo sottoscala caldo ed accogliente. - Vieni… Stenditi qui e non ti muovere… Lo costrinse a coricarsi sul suo lettino, lo liberò dalla camicia strappate ed insanguinata e, con uno straccio pulito, inumidito con la saliva, cominciò a ripulirlo dal sangue. Gennaro era intimidito ma, anche forse per reazione alla furibonda rissa in cui si era trovato coinvolto, si lasciò andare alle amorevoli cure di Titina, abbandonandosi sempre più piacevolmente alle carezze di quella pezzuola che, man mano, si allontanava dalla ferita ed allargava la sua azione sul collo, sul petto, sul suo ventre piatto, mentre la ragazza, china su di lui lo sfiorava continuamente con i capezzoli induriti che la leggera camicia, anziché nascondere, rendeva più provocanti...Poi la pezzuola si perse per la strada e Gennaro avvertì il piacevole contatto delle mani nude che lo percorrevano. Cominciò allora a sentire dentro di se come una tempesta: avrebbe voluto afferrare quel bel corpo, abbracciarlo, morderlo… Ma aveva paura di rompere l’incantesimo: non voleva che la ragazza smettesse di accarezzarlo e, quando lei cominciò sfiorarlo con le labbra, coprendolo di piccoli baci, rimase fermo come una statua. I baci divennero sempre più arditi… Egli sentiva la piccola lingua che lo accarezzava e lo colpiva con piccoli e brevi tocchi… Si sentiva scoppiare… Progressivamente l’azione di lei si spostava sempre più in basso… Poi, con un gesto deciso, lo liberò dai pantaloni, lasciando finalmente libero il suo membro di rizzarsi in tutta la sua potente bellezza. Cominciò a leccalo delicatamente, prima alla base, poi sempre più su, fino ad imprigionarlo completamente fra le labbra… Gennaro era al settimo cielo: si sentiva succhiare l’anima… Ad un tratto capì che non avrebbe più resistito e pensò spaventato che stava per godere in bocca alla ragazza… Le prese la testa con le mani per tirarla via, ma lei se ne liberò e si spinse ancora più giù fino a sentilo in fondo alla gola… Quando il piacere esplose, lei lo assecondò ingoiando fino all’ultima goccia. - Fa bene alla pelle! – gli disse sorridendo ed andandoglisi a distendere a fianco, quando tutto fu finito. Dopo qualche minuto fu lui a prendere l’iniziativa… e poi ancora lei… All’alba Gennaro raggiunse i suoi cavalli ancora in trance. Abbracciò il suo preferito, Malandrino, e gli raccontò nell’orecchio tutta la sua felicità Solitario. (continua al prossimo numero) |
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