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da Catania
L'Unità
 Se,
come dice Arrigo Petacco, “in guerra la prima vittima è sempre la
verità” in quella del Risorgimento deve essersi verificata un’anomalia
forse unica al mondo: la storia cominciò ad essere scritta prima ancora
che la guerra cominciasse.
Tutto ebbe inizio con la calunnia.
Famosa è quella dello statista inglese Gladstone che dopo una visita
fatta nelle prigioni della città partenopea, definì il Regno di
Ferdinando II “La negazione di Dio”. In realtà l’ambasciatore britannico
non aveva mai visto le prigioni, mentì su commissione, per conto del
primo ministro inglese e massone Lord Palmerston che aveva interessi
economici sulla Sicilia. Una delle più grosse calunnie, ma anche una
delle più difficili a scomparire (io l’ho scoperta solo qualche giorno
fa) è quella del “Re bomba” nomignolo che Ferdinando si sarebbe meritato
per la ferocia con la quale represse i moti del ’48 bombardando la
Cittadella di Messina. In realtà si trattò di un normalissimo scontro
tra due eserciti. E le “moderate” bombe partenopee colpirono solo il
“forte delle alture”. Ma le calunnie continuarono e non riguardarono più
solo ‘o Re, ma anche tutta la sua famiglia e poi i ministri e poi
l’esercito e poi i napoletani e poi l’intero popolo meridionale
calunniato da tutta Europa. Questa calunnia probabilmente si tradusse in
pregiudizio razziale. Ed è con questo pregiudizio razziale che i
fratelli del nord vennero a sud, non a fare l’Italia, ma a colonizzarci!
Questo tipo di pregiudizi portano a legittimare la violenza soprattutto
in situazioni estreme come la guerra. E in effetti i meridionali
subirono qualsiasi tipo di violenza, perché razza inferiore. A questi
pregiudizi fu dato pure valore scientifico.
Un paio d’anni fa, la città di Torino, in vista delle celebrazioni per
l’unità d’Italia, inaugurò l’apertura del museo lombrosiano dove sono
esposti i resti anatomici di meridionali morti ammazzati che non hanno
donato volontariamente il loro corpo alla scienza, “Briganti” e
“contadini” che furono studiati, sezionati, analizzati dal folle
Lombroso per dimostrare la sua teoria sulla inferiorità della razza
meridionale. I torinesi dicono che siamo i soliti piagnoni e che
dobbiamo considerare il lombrosiano come "un normalissimo museo, che
abbia un valore di testimonianza storica su teorie superate ma
storicamente rilevanti e che chiudere un museo sia sbagliato comunque,
anzi sia una forma di oscurantismo anti-scientifico".
E se si fosse trattato di ebrei? In Germania o in qualsiasi altro paese
(compreso il nostro) avrebbero permesso l’esposizione di teschi, resti
anatomici, o anche solo di calchi di ebrei trucidati, o delle tesi e dei
macchinari dell’ideologo del nazismo Alfred Rosenberg? Un paese
civilizzato inaugurerebbe mai un museo così, magari chiamandolo "Museo
Rosenberg"?
La risposta è NO!
Perché allora in Italia succede? Come si può permettere una cosa del
genere? E perché, a parte Beppe Grillo, nessuno si indigna? Perché per i
torinesi e per tutto il resto d'Italia è normale una cosa così
riprovevole? Perché il nostro Stato lo permette?
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La verità è che si tratta di antichi
retaggi. La verità è che il dolore di un terrone non ha pari dignità di
quello di un ebreo. Non si prova lo stesso rispetto. Successe anche
allora: mentre i meridionali morivano fucilati o arsi vivi a migliaia,
tutta l’Europa (compresa l'Italia) si indignava solo per i polacchi
impegnati nella rivolta contro lo Zar. I fratelli del nord scannavano i
fratelli del sud e poi si commuovevano per i polacchi esiliati.
Al governo in questo momento c'è un partito la cui ideologia è
anticostituzionale perché razzista. Eppure nessuno si indigna. E'
normale! E questa gente razzista siede al potere e sceglie anche per noi
terroni.
Intellettuali del nord si permettono il lusso di citare in una
trasmissione di una rete nazionale l'antico motto della lega: "Forza
Etna, svegliati Vesuvio", il pubblico applaude e il conduttore si limita
a dire "questo non è carino"!
E nessuno si indigna, neanche noi meridionali.
Ma il rimedio esiste, il rimedio c'è. Questo rimedio è la verità, è
rimuovere tutte quelle calunnie, tutti quei pregiudizi, tutti quei
luoghi comuni, dal primo all'ultimo, da Gladstone a Bossi.
Noi vogliamo riconosciuta la nostra identità, la nostra dignità, i
nostri lutti, la nostra storia. Anche noi abbiamo i nostri eroi che
hanno mostrato lealtà, coraggio, onore. In tutti le guerre viene
riconosciuto l'onore al vinto valoroso e leale. I soldati napoletani nel
Volturno si tuffarono nelle acque a decine per soccorrere i piemontesi
travolti dai vortici. Perché negare questa storia? Perché privarci di
queste conoscenze che arricchiscono tutti, nord e sud e che appartengono
a tutti? Che offesa reca la nostra storia all'Italia? Che fastidio danno
i nostri eroi all'Italia? Non siamo italiani anche noi? Tutte le nostre
piazze, le nostre statue, le nostre vie che recavano nomi borbonici sono
state cancellate e sostituite con i nomi dei Savoia, dei Cavour, perfino
dei Cialdini! Ancora oggi sul dizionario l’aggettivo “borbonico” è
sinonimo di retrogrado. E’ un falso storico, perché dobbiamo ancora
sopportarlo? Ma se ci lamentiamo siamo piagnoni, se non diciamo nulla
siamo lavativi, se facciamo la voce forte siamo mafiosi. Tutti
pregiudizi, tutti luoghi comuni!
La verità è l’unica cosa che può fare dell’Italia una Nazione, che può
fare gli italiani perché la verità unisce!
In tutti i popoli che hanno prima combattuto e poi imparato a convivere
c’è stato un momento in cui si sono incontrati e riconosciuti. Questo
incontro giova ai vincitori come giova ai vinti perché nel
riconoscimento dell’altro c’è anche l’affermazione di se stessi. Ci si
riconosce e ci si abbraccia e ci si perdona e si va avanti. Basti
pensare agli indiani d’America! Questo incontro tra sud e nord non c’è
mai stato. Ma non potrà mai avvenire se uno non riacquista la memoria e
se l’altro non gli riconosce l’identità ritrovata.
Se non si capisce questo, soprattutto adesso che il sud sta cominciando
a prendere coscienza di sé, e vuole essere riconosciuto, spunteranno
nuove leghe e la divisione a quel punto sarà inevitabile.
Come dice Pino Aprile “noi la vogliamo festeggiare l’unità, ma prima
facciamola!”.
Eliana8 da
Il Teatro del Canovaccio |
da Livorno
Mentre
il Sindaco Alessandro Cosimi ed il fido Mario Tredici stanno
verificando che i ristoratori livornesi rispondano positivamente
all’appello patriottico di colorare di tricolore i piatti serviti il
17 marzo, la nostra redazione è andata a curiosare nelle vicende
della nuova Italia nata nel 1861. Sorpresa delle sorprese,
apprendiamo (ma come siamo ignoranti) che non sono stati Ciano e
Matteoli i primi livornesi a ricoprire incarichi di governo. Il
primo in assoluto è stato un banchiere (non bancario) diventato
Ministro delle Finanze il 23 marzo del 1861, Pietro Bastogi,
costretto poi a dimettersi per un intrigo tra interessi privati e
soldi dello stato. Altrettanto sorprendente è stato apprendere delle
“fortunate” circostanze per le quali il Bastogi (o meglio la Società
italiana per le strade ferrate meridionali di cui era Presidente)
divenne concessionario delle ferrovie meridionali. Ma andiamo con
ordine. Tutto ha inizio in quegli anni in cui si tramava per fare
l’Italia. I mazziniani erano sparpagliati per ogni dove e tra questi
c’era un giovane livornese, Adriano Lemmi, nato a Livorno nel 1822,
divenuto poi famoso per essere stato Gran Maestro dell’Ordine
massonico dal 1885 al 1896. Il livornese, conosciuto come il
“banchiere della rivoluzione”, aveva iniziato la sua carriera con un
furto ai danni di una signora di Marsiglia. A quei tempi Lemmi aveva
solo 22 anni, ma prometteva bene, Falsificando una lettera di
credito della ditta Falconet & C. di Napoli, il livornese diventò
amico del medico Boubagne e frequentatore della sua casa. Il 3
febbraio del 1844, mentre era in casa del medico e si trovava da
solo con la moglie, Adriano Lemmi finse di avere un malessere. La
signora, premurosa, andò in cucina per preparare una tisana e fu in
quel preciso istante che, il futuro Gran Maestro, rubò una borsa di
perle e 300 franchi d’oro. I maligni sostengono che fosse il
compenso dovuto per alcune prestazioni, una sorta di Ruby alla
rovescia, fatto sta che Adriano Lemmi venne pizzicato dalla polizia
in una taverna con ancora addosso la refurtiva. Il 22 marzo 1844
Lemmi venne condannato ad 1 anno e un giorno di reclusione e 5 anni
di alta sorveglianza. Sorveglianza che non impedì al Lemmi di
arrivare a Costantinopoli dove conobbe un rabbino polacco che lo
ammaliò al punto che, per ingraziarselo, Lemmi decise di aderire
alla religione di Mosè, abbandonare il cristianesimo e farsi
circoncidere. Tutto questo avvenne il 14 gennaio del 1846. Due anni
dopo, a Londra, Lemmi si iscrive alla massoneria presentato da un
inglese amico di Mazzini. L’anno successivo conobbe Kossuth (una
sorta di Mazzini ungherese)di cui divenne il segretario.
Rientrato
in Italia dall’America nel 1851, Lemmi si dette un gran da fare.
Erano gli anni di morti ammazzati eccellenti tra duchi, granduchi e
cardinali, e tutti vedevano in qualche modo parteciparvi il
livornese ormai nelle grazie di Mazzini. Tant’è che dopo le varie
rivolte più o meno spontanee (a Livorno, presente il Lemmi, il 30
giugno 1857) Mazzini scrive una lettera a Crispi e Garibaldi, di cui
si conserva l’autografo, e nella quale riferendosi al livornese
dice:«lo soltanto vi dico che mentre altri farebbe suo prò di ogni
impresa, egli mira a fondare la Cassa del partito e non la sua».
Come dire, signori miei se anche Lemmi guadagnerà qualcosa lo farà
per il bene della causa repubblicana. Tutto questo accadeva mentre
Garibaldi stava completando la sua spedizione al sud e si stava
delineando un business di grande portata, la costruzione delle
ferrovie, che attrasse l’interesse dello stesso mitico barone
Rothschild (sinonimo per anni di ricchezza sfrenata - da qui il
detto livornesissimo . Nella corsa ad accaparrarsi quella
commessa il più lesto di tutti fu un altro banchiere livornese,
Pietro Augusto Adami, che si fece ricevere da Garibaldi a Napoli,
mentre il Lemmi con tanto di lettera di presentazione di Mazzini, si
presentò da Crispi. Alla fine, per non far torto a nessuno il
“Generale Dittatore, Giuseppe Garibaldi”, firma a Caserta, il
25 settembre 1860, un decreto con cui affida la costruzione delle
ferrovie alla società Adami e Lemmi. Un affare che, paragonato ai
giorni nostri, vale 5/6 miliardi di euro. In contropartita i
politici del partito d’azione ottengono la possibilità di assumere i
tecnici e la mano d’opera che vogliono, oltre all’apertura di
numerose testate giornalistiche finanziate dai due livornesi.
L’affare era talmente grosso che subito si mossero critiche
all’operato di Garibaldi, definito disinvolto, e sulla stampa si
scatena il putiferio. Intervengono Carlo Poerio e Carlo Cattaneo
(tutti nomi noti a Livorno che hanno strade e scuole dedicate)e lo
stesso Cavour, in procinto dell’unificazione dell’Italia, si sente
in dovere di attaccare i cosidetti “rossi livornesi”. La questione
morale viene sollevata dalla destra e sul giornale torinese (non La
Stampa, ma L’Espero)viene accusato Agostino Bertani (segretario e
braccio destro di Garibaldi) di aver intascato una tangente da parte
dei livornesi di 4 milioni di lire (60 milioni di euro oggi).
Querele e controquerele, fino a che, sotto la mediazione del
Cattaneo, il parlamento ratificò il nuovo mandato alla società Adami
e Lemmi. Fu allora che intervenne il giornale napoletano “Il
Nazionale” (potenza dei media!!! e senza intercettazioni
telefoniche) che pubblicò i capitolati del progetto mettendo in
mostra che la società dei livornesi, oltre ad aver lucrato un
centinaio di milioni di ducati, avrebbe fatto spendere allo stato di
più di quanto non previsto dalle cordate francesi interpellate dai
Borboni. Per rispondere allo scandalo i due livornesi finanziarono e
fondarono giornali a loro partigiani a Palermo, Napoli, Genova,
Firenze e Milano. Ma lo scandalo era tale che costrinse i due
livornesi a cedere alla società francese Delahante le linee pugliesi
e calabresi mentre la società livornese confluirà nella nuova
compagnia “Vittorio Emanuele” di Charles Lafitte, in qualche modo
legato con i Rothschild, per le linee ferroviarie calabro-sicule.
L’insurrezione delle popolazioni siciliane contro il governo di
Torino, spaventò i francesi che si ritirarono dall’impresa e
tornarono a galla i livornesi ai quali venne concesso di occuparsi
della costruzione di 900 km di ferrovia. Solo Lemmi, però, riuscì a
resistere alle varie bufere, Adami dovette cedere le quote
societarie e ritirarsi a lavorare presso la Regia manifattura
tabacchi, il cui appalto (ma guarda un pò) venne dato in regime di
monopolio proprio al Lemmi.
Pur in presenza di una accelerazione
imposta dal nuovo regno, la vicenda delle ferrovie stava
annaspando, malgrado si spendessero milioni per consulenze, studi e
progettazioni di massima. Un ritorno di interesse dei Rothschild
stimolò il nascente capitalismo targato Italia e, con una mossa a
dir poco priva di scrupoli, il nostro concittadino Pietro Bastogi si
assicurò la concessione delle ferrovie del sud dopo aver costituito
la Società italiana per le strade ferrate meridionali con capitale
100 milioni di lire. La proposta dei Rotschild, arrivata ai
responsabili dei Lavori pubblici, avrebbe dovuto essere illustrata
in parlamento per essere esaminata e approvata, ma all’ultimo
momento, venne tolta dall’ordine del giorno. Era successo che
l’allora Ministro delle Finanze, (Bastogi appunto), pur di non far
guadagnare il banchiere straniero (e di mettersi in tasca un pò di
soldi n.d.r.)si dette da fare per costituire una società della quale
facevano parte numerosi parlamentari scelti accuratamente per non
dover restare impallinati nella discussione in aula. In questo modo
la destra italiana era riuscita a trovare forme di finanziamento
illecito. La sinistra radicale di allora protestò vivacemente e
venne deciso di nominare una commissione d’inchiesta. Alla fine
tutti concordarono (ma guarda un pò) che “Qualunque voce o
sospetto di corruzione esercitata verso uno o più deputati
nell'occasione della discussione e votazioni della legge sulle
ferrovie meridionali è rimasta pienamente smentita.Egualmente è
eliminato ogni sospetto a carico di quei deputati che pur avendo
ingerenza in lavori parlamentari nella stessa occasione accettano di
far parte dell'amministrazione della società italiana per le strade
ferrate del meridione". Nessuno andò in galera o venne salvato
da leggi ad personam anche se Bastogi e altri parlamentari furono
costretti a dimettersi. 20 anni dopo le vicende Crispi scriveva :
“Per le ferrovie meridionali si tratta di costruire 3.982 km,spesa
preventiva nel 1878,non per tre ma per 6.000 km 1.200 milioni,spesa
preventiva nel 1888 non per 6 ma per 3.000 km 1.121 milioni cioè
404.319 Lire a kilometro,ma le ferrovie costruite prima, senza
economie erano costate 282.703 lire a km ciò vuol dire mezzo
miliardo pagato a Bastogi Balduino e Bombrini... “ Insomma lo stato
non ci aveva fatto un bel guadagno ma qualche altro si.
Niente di nuovo sotto il sole,
direte voi, ma di questi personaggi (purtroppo livornesi), in questi
giorni, stiamo per celebrare il ricordo che a leggere la
storiografia ufficiale non si direbbe abbiano fatto male. Ma la
storia, quella vera, è altra cosa da quella che scrivono i
vincitori, così, tanto per chiudere, vi regaliamo due chicche dei
nostri amici. La prima riguarda Bastogi che come ministro delle
finanze ebbe l’incarico di predisporre il “Gran libro del debito
pubblico” nel quale far confluire le voci in passivo dei bilanci dei
vari stati prima dell’unificazione. Ebbene il Ministro si
imbatté nel debito contratto dal Granduca di Toscana nei confronti
di Bastogi banchiere quando quest’ultimo gli prestò dei soldi per
finanziare la repressione dei moti carbonari del 1849. La morale è
che il Bastogi, uomo di governo, firmò gli atti che permisero al
Bastogi, banchiere, di recuperare quei soldi che erano serviti per
combattere la nascita proprio di quel governo in cui sedeva
(veramente un genio !!!!). Invece del Lemmi, di cui si può vedere
l’effige in una statua esposta nella Villa Fabbricotti, si dice che
fu il primo a intuire l’importanza di avere a disposizione una
loggia segreta tant’è che riunì il fior fiore dell’Italia di allora,
politici, banchieri, giornalisti, nella loggia Propaganda 2(ogni
riferimento a cose e persone dei tempi nostri non è per niente
casuale). Il suo credo pare che fosse “Chi è al governo degli stati
o è nostro fratello o deve perdere il posto”. Malgrado la sua
capacità di intrallazzare ebbe un forte ridimensionamento dallo
scandalo della banca di Roma. Insomma, Livorno non solo è capace di
dare vita alla tre giorni di festa per l’unità d’Italia, ma è capace
anche di dimenticare gli oscuri personaggi che si sono agitati in
quel periodo, anzi, se possibile, li celebra affidandone la memoria
a strade, scuole e monumenti.
da http://senzasoste.it/
segnalato da LizaPop
(Il Villaggio)
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dal VenetoIl Veneto e l'Unità d'Italia

Che l'Unità d'Italia non sia nata come raccontavano i
sussidiari delle elementari, è cosa nota.
Ma su questo evento sono state espresse opinioni e sono
nate alcune leggende che andrebbero, in buona parte,
sfatate
Una di esse è che l'Unità avrebbe portato vantaggi solo
e a tutte le regioni del Nord, unicamente spese di
quelle del Sud: non è vero; né è vero che l'adesione al
Regno d'Italia fu unanime, entusiasta e cambiò in meglio
le cose.
Per dimostrarlo, vi parlerò di alcune conseguenze
dell'Unità patite dal Veneto, la cui situazione
dell'epoca non era molto diversa da quella Meridionale.
L'ingresso del Veneto nel Regno d'Italia avvenne nel
1866, dopo la cosiddetta Terza Guerra d'Indipendenza, le
sconfitte di Custoza e Lissa, un Plebiscito molto
contestato dagli attuali “venetisti” che lo considerano
una colossale truffa.
Un'accusa che non pare del tutto infondata: agli
elettori veniva consegnata solo la scheda del “sì”; chi
voleva quella del “no” doveva espressamente chiederla
perdendo la segretezza del voto e rischiando di venire
schedato.
Sta di fatto che ci furono solo 69 “no” e la polemica
sulla validità del Plebiscito continua tuttora.
Peccato che gli attuali critici trascurino dati
essenziali: all'epoca, il Veneto non aveva una classe
politica che lo pensasse (e meno ancora lo proponesse)
come stato indipendente.
L'élite che volle staccarsi dall'Austria si considerava
italiana e l'idea di ripristinare una Repubblica di
Venezia morta e sepolta dopo una lunghissima agonia non
venne a nessuno.
Dunque, questa polemica si basa sul senno di poi e su
una concezione attuale della democrazia, che è molto
diversa da quella del 1866.
In ogni caso, per la quasi totalità dei Veneti
l'ingresso nel Regno non cambiò nulla.
Una massa di braccianti e operai poveri continuò a
vivere come prima, lavorando precariamente o con paghe
basse, mangiando quasi solo polenta e verdure (se
c'erano), ammalandosi di pellagra o colera.
Chi non trovava lavoro, continuò a rubare pannocchie,
uva o frutta per sopravvivere e ciò non era considerato
un peccato da confessare al prete.
Le autorità Italiane, come le Austriache, non fecero
nulla per sollevare queste genti da una povertà antica,
anzi... il Regno peggiorò le cose istituendo “la madre”
di tutte le imposte italiche: la Tassa sul Macinato.
Quel balzello sulle farine affamò chi già si nutriva
malamente di sola polenta e non aveva nemmeno i 2
centesimi per comprare un po' di sale da metterci
dentro.
Non parliamo del pane che, per tantissimi, era un
lusso...
La gente, memore del “testatico” imposto dall'Austria,
chiamò questa tassa “il boccatico”: l'imposta sulle
bocche, un'idea odiosa che fece apparire il nuovo stato
rapace e indifferente quanto il vecchio, se non di più.
Quintino Sella, più che il plauso per essere stato il
“risanatore delle finanze”, meriterebbe una lapide
d'infamia per un'imposta che toglieva tutto ai poveri
lasciando indenni i ricchi... ma la storia “ufficiale”
ha sempre preferito tacere su chi davvero pagò questo
“risanamento” di un dissesto creato da altri.
Un altra cosa che piacque poco ai Veneti fu la polemica
fra Stato e Chiesa, esplosa dopo la caduta dello Stato
Pontificio e la proclamazione di Roma capitale.
In una regione definita “la sacrestia d'Italia”, la
Chiesa era (nel bene e nel male) la principale guida
morale e spirituale, quindi l'atteggiamento del nuovo
stato “laico” suscitò molte perplessità.
Il popolo non capì quel conflitto e si mise spesso dalla
parte del Papa approvando, più o meno acriticamente,
quanto veniva predicato dagli altari.
Le autorità dell'epoca peggiorarono, di nuovo, le cose
arrivando a ostacolare (se non perseguitare) le attività
di alcune comunità religiose.
Qualche “intellettuale” deprecò il fatto che molti
elettori Veneti non scegliessero candidati “laici”, ma
si facessero consigliare dal prete su chi votare.
Si creò, insomma, un'ulteriore spaccatura tra la gente e
una classe dirigente che non poté o non volle capirne la
mentalità, apparendo lontana e ottusa.
Qualcuno si chiederà come mai, diversamente dal Sud, il
Veneto non si ribellò e non vi si ebbero fenomeni come
il brigantaggio.
La verità è che nel Veneto il brigantaggio c'era già
stato durante il governo Austriaco e anche dopo l'Unità
vi furono, nelle aree più povere, delle rivolte.
Ma anche qui la storia “ufficiale” tace e questi eventi
sono trascurati dagli storici locali, che se ne occupano
poco, in maniera vaga e frettolosa.
Si preferisce, semmai, parlare di uno sviluppo economico
che effettivamente ci fu, ma fu anche nettamente
inferiore rispetto a quello Piemontese o Lombardo e di
cui godette solo una ristrettissima minoranza.
Dietro alle figure dei Rossi, dei Marzotto o dei Breda
c'era una massa di lavoratori che raccoglieva solo le
briciole o si doveva accontentare di rare e
paternalistiche concessioni.
Che rimaneva dunque ai Veneti? Due possibilità: la
rassegnazione o l'emigrazione.
Come tanta gente del Sud, anche molti del Nord scelsero
di andarsene dall'Italia alla ricerca di una vita appena
migliore, di un po' di terra da coltivare.
Veneti e Friulani ebbero, in molti casi, percorsi
diversi da quelli dei loro concittadini Meridionali ma
la loro vita fu la stessa... questa, però, è un'altra
storia.
Oderico da
Tema Libero
da una siciliana a
Torino
Un gran parlare, in questi giorni, dell'opportunità o
meno di festeggiare i 150 anni dell'Unità d'Italia.
C'è chi parla di sacco del Sud e di quelle carogne dei
Savoia, chi dell'attuale Roma ladrona e di quegli
sporchi mafiosi dei meridionali.
Insomma, ognuno ha il suo bel dire a seconda della
latitudine da cui guarda alla cosa, e ciascuno in fondo
ha una parte di ragione.
Ma non è di questo che adesso vorrei parlare: di topic
che analizzano la questione da un punto di vista storico
ce ne sono già ovunque.
Ciò che mi chiedo, invece, è altro: da 150 anni siamo
italiani solo per finta o in questo secolo e mezzo una
cultura comune tra di noi si è creata, volenti o
nolenti?
Certo, perchè si possa rispondere a questa domanda,
bisognerebbe che prima ci domandassimo cosa intendiamo
per cultura comune.
Di solito con questa espressione si intendono lingua,
religione, costumi, tradizioni, atteggiamenti mentali...
Atteggiamenti mentali: ecco, molti degli atteggiamenti
mentali tipicamente italiani non credo che ci
identifichino tutti, ma certamente identificano molti
italiani. Questo è un fatto, a mio avviso.
Al di là di ciò, comunque, siamo proprio sicuri che la
cultura di una nazione sia davvero fatta solo di cose
"grosse" come la sua storia dalle origini ai nostri
giorni e che, invece, gli ultimi 150 anni di vita di un
popolo non siano determinanti quanto e forse anche più
di tutti i secoli che li hanno preceduti?
Non metto in dubbio, intendiamoci, che i Borboni, i
Medici e i Gonzaga abbiano inciso profondamente sulla
cultura dei territori che governarono all'epoca che fu:
è innegabile che molte e macroscopiche differenze tra
regione e regione dipendano ancora oggi dalla storia
completamente diversa che ciascuna ha alle spalle e che
vede soprattutto il Sud come qualcosa di sostanzialmente
diverso.
Ma, seriamente e senza scherzare affatto, quanto ha
inciso nel bene o nel male Claudio Baglioni nella vita
di tutti noi ragazzini?
Quanto peso ha avuto il cornetto Algida nei nostri sogni
di bambini che non vedevano l'ora di diventare grandi?
E quanti di noi siciliani, in seguito, hanno bestemmiato
perchè solo da noi non si prendeva Videomusic e quindi
solo noi siciliani non potevamo guardare i video dei
pezzi rock e new wave che comunque amavamo quanto e più
dei nostri continentali coetanei?
E volutamente cito esempi terra-terra, proprio per dire
che, bello o brutto che sia essere italiani (e per
molti, agghiaccianti aspetti è tutt'altro che bello), la
cultura della nostra generazione a me ormai pare
sostanzialmente una, fatta delle stesse, piccole e
grandi cose, al Nord, al Centro e al Sud, isole
comprese.
Rolleyes da
Frammenti
Pervenuto all'ultimo minuto!!!
Parlare di Unità d'Italia non è facile né
semplice.
Premetto che amo il mio Paese, sono orgogliosa (quasi sempre) di essere
italiana, non concepisco alcun tipo di scissione o divisione di sorta e
quando stamattina i 474 alunni della mia scuola hanno cantato Va
Pensiero e l'Inno di Mameli mi sono profondamente commossa ma...
Ma se l'Italia è stata fatta sicuramente non sono stati fatti gli
italiani.
Gli errori storici ormai sono palesi...i Savoia non hanno liberato il
meridione... il sud è stato "liberato" da giovani idealisti che hanno
dato la vita per il sogno di una patria unita...i Savoia hanno
piemontizzato il sud, hanno conquistato il Regno delle due Sicilie e lo
hanno trattato da...terra di conquista.
Lo stesso Garibaldi in una lettera scritta qualche anno dopo la sua
partenza da Napoli disse che avrebbe avuto vergogna a tornare nelle
terre "liberate"
L'arroganza, il disprezzo, il depredamento dei beni hanno causato ferite
che non si rimargineranno mai.
Arroganza e disprezzo che ancora oggi in troppi uomini del nord si sente
ancora e ancor più divide.
Si descrive il Regno delle due Sicilie come uno stato arretrato, vittima
di sovrani dispotici... Certo i Borbone erano sovrani assolutisti, come
la maggior parte dei sovrani del tempo ma nella civilissima Inghilterra
i bambini in quel periodo venivano mandati a lavorare a cinque, sei anni
con dei corsetti che dovevano sostenerli se si addormentavano ed impedir
loro di riposare... I "civilissimi" Savoia in Sardegna mandavano bambini
ugualmente piccoli in miniera...in condizioni subumane...
I Borbone amavano la loro terra, non erano né migliori né peggiori di
tanti altri. Sicuramente miopi politicamente non seppero leggere i segni
dei tempi, non seppero circondarsi di uomini politici come Cavour...
Il Regno di Napoli fu impoverito, il suo oro portato al nord (e
ricordiamo che i Borbone quando partirono per l'esilio, a differenza dei
Savoia, lasciarono tutto a Napoli....), le sue fabbriche chiuse, i suoi
uomini allontanati dalla terra e costretti alla leva...
Fu l'inizio della fine!
Consiglio a tutti la lettura del libro "L'eredità della priora" di Carlo
Alianello e di vedere o rivedere il film "Li chiamarono briganti" di
Pasquale Squitieri.
Certo se Garibaldi non avesse ceduto Napoli a Vittorio Emanuele, se si
fosse affermato l'ideale mazziniano di una Patria libera, indipendente e
repubblicana oggi, forse, gli italiani si sentirebbero un po' più
italiani...
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