Forumismo
Organo periodico di informazione della Federazione e del forumismo
pagina 4 vai a pagina 1  vai a pagina 2 vai a pagina 3 Anno II numero  5 del 23/03/2011
da Foggia

foggia

Da noi ci sono stati festeggiamenti di tutti i tipi. Concerti, mostre, manifestazioni pubbliche. Tutto sommato una bella giornata di festa. Adesso è solo necessario che l'Unità di Italia si faccia anche nei fatti.

Gianco da La Zattera

da Bolzano

bolzanoNEW YORK – Giudizio senza appello del NewYork Times nei confronti dell'unità d'Italia: nonostante oggi si celebri il centocinquantesimo anniversario dell'unità della Nazione, l'Italia resta "un Paese più diviso che mai, politicamente, geograficamente ed economicamente".Il quotidiano americano descrive così il nostro Paese in un servizio da Bolzano, che riferisce dei 150 anni dell'unità d'Italia con un pezzo dal titolo: "Un' aria dell'unità d'Italia che suona anche come un'elegia".L'aria si riferisce al clima che si respira nella provincia autonoma di Bolzano, il cui presidente, Luis Durnwalder, ha dichiarato al New York Times di non avere ragione alcuna per celebrare l'unità d'Italia: "Siamo stati strappati all'Austria contro il nostro volere" ha detto. Il servizio, nel riferire le diverse posizioni e le marcate divisioni esistenti tra Pdl, Lega e centrosinistra sulla festa dei 150 anni, riferisce il giudizio del musicologo Gioacchino Lanza Tomasi, figlio dell'autore del 'Gattopardo' Giuseppe Tomasi di Lampedusa. "L'Italia – ha detto – non è mai stata così divisa".

Il Monitore
da
Spazioforum
da Catania

L'Unità

cataniaSe, come dice Arrigo Petacco, “in guerra la prima vittima è sempre la verità” in quella del Risorgimento deve essersi verificata un’anomalia forse unica al mondo: la storia cominciò ad essere scritta prima ancora che la guerra cominciasse.

Tutto ebbe inizio con la calunnia.

Famosa è quella dello statista inglese Gladstone che dopo una visita fatta nelle prigioni della città partenopea, definì il Regno di Ferdinando II “La negazione di Dio”. In realtà l’ambasciatore britannico non aveva mai visto le prigioni, mentì su commissione, per conto del primo ministro inglese e massone Lord Palmerston che aveva interessi economici sulla Sicilia. Una delle più grosse calunnie, ma anche una delle più difficili a scomparire (io l’ho scoperta solo qualche giorno fa) è quella del “Re bomba” nomignolo che Ferdinando si sarebbe meritato per la ferocia con la quale represse i moti del ’48 bombardando la Cittadella di Messina. In realtà si trattò di un normalissimo scontro tra due eserciti. E le “moderate” bombe partenopee colpirono solo il “forte delle alture”. Ma le calunnie continuarono e non riguardarono più solo ‘o Re, ma anche tutta la sua famiglia e poi i ministri e poi l’esercito e poi i napoletani e poi l’intero popolo meridionale calunniato da tutta Europa. Questa calunnia probabilmente si tradusse in pregiudizio razziale. Ed è con questo pregiudizio razziale che i fratelli del nord vennero a sud, non a fare l’Italia, ma a colonizzarci! Questo tipo di pregiudizi portano a legittimare la violenza soprattutto in situazioni estreme come la guerra. E in effetti i meridionali subirono qualsiasi tipo di violenza, perché razza inferiore. A questi pregiudizi fu dato pure valore scientifico.

Un paio d’anni fa, la città di Torino, in vista delle celebrazioni per l’unità d’Italia, inaugurò l’apertura del museo lombrosiano dove sono esposti i resti anatomici di meridionali morti ammazzati che non hanno donato volontariamente il loro corpo alla scienza, “Briganti” e “contadini” che furono studiati, sezionati, analizzati dal folle Lombroso per dimostrare la sua teoria sulla inferiorità della razza meridionale. I torinesi dicono che siamo i soliti piagnoni e che dobbiamo considerare il lombrosiano come "un normalissimo museo, che abbia un valore di testimonianza storica su teorie superate ma storicamente rilevanti e che chiudere un museo sia sbagliato comunque, anzi sia una forma di oscurantismo anti-scientifico".

E se si fosse trattato di ebrei? In Germania o in qualsiasi altro paese (compreso il nostro) avrebbero permesso l’esposizione di teschi, resti anatomici, o anche solo di calchi di ebrei trucidati, o delle tesi e dei macchinari dell’ideologo del nazismo Alfred Rosenberg? Un paese civilizzato inaugurerebbe mai un museo così, magari chiamandolo "Museo Rosenberg"?
La risposta è NO!
Perché allora in Italia succede? Come si può permettere una cosa del genere? E perché, a parte Beppe Grillo, nessuno si indigna? Perché per i torinesi e per tutto il resto d'Italia è normale una cosa così riprovevole? Perché il nostro Stato lo permette?

 La verità è che si tratta di antichi retaggi. La verità è che il dolore di un terrone non ha pari dignità di quello di un ebreo. Non si prova lo stesso rispetto. Successe anche allora: mentre i meridionali morivano fucilati o arsi vivi a migliaia, tutta l’Europa (compresa l'Italia) si indignava solo per i polacchi impegnati nella rivolta contro lo Zar. I fratelli del nord scannavano i fratelli del sud e poi si commuovevano per i polacchi esiliati.

Al governo in questo momento c'è un partito la cui ideologia è anticostituzionale perché razzista. Eppure nessuno si indigna. E' normale! E questa gente razzista siede al potere e sceglie anche per noi terroni.

Intellettuali del nord si permettono il lusso di citare in una trasmissione di una rete nazionale l'antico motto della lega: "Forza Etna, svegliati Vesuvio", il pubblico applaude e il conduttore si limita a dire "questo non è carino"!

E nessuno si indigna, neanche noi meridionali.

Ma il rimedio esiste, il rimedio c'è. Questo rimedio è la verità, è rimuovere tutte quelle calunnie, tutti quei pregiudizi, tutti quei luoghi comuni, dal primo all'ultimo, da Gladstone a Bossi.

Noi vogliamo riconosciuta la nostra identità, la nostra dignità, i nostri lutti, la nostra storia. Anche noi abbiamo i nostri eroi che hanno mostrato lealtà, coraggio, onore. In tutti le guerre viene riconosciuto l'onore al vinto valoroso e leale. I soldati napoletani nel Volturno si tuffarono nelle acque a decine per soccorrere i piemontesi travolti dai vortici. Perché negare questa storia? Perché privarci di queste conoscenze che arricchiscono tutti, nord e sud e che appartengono a tutti? Che offesa reca la nostra storia all'Italia? Che fastidio danno i nostri eroi all'Italia? Non siamo italiani anche noi? Tutte le nostre piazze, le nostre statue, le nostre vie che recavano nomi borbonici sono state cancellate e sostituite con i nomi dei Savoia, dei Cavour, perfino dei Cialdini! Ancora oggi sul dizionario l’aggettivo “borbonico” è sinonimo di retrogrado. E’ un falso storico, perché dobbiamo ancora sopportarlo? Ma se ci lamentiamo siamo piagnoni, se non diciamo nulla siamo lavativi, se facciamo la voce forte siamo mafiosi. Tutti pregiudizi, tutti luoghi comuni!

La verità è l’unica cosa che può fare dell’Italia una Nazione, che può fare gli italiani perché la verità unisce!

In tutti i popoli che hanno prima combattuto e poi imparato a convivere c’è stato un momento in cui si sono incontrati e riconosciuti. Questo incontro giova ai vincitori come giova ai vinti perché nel riconoscimento dell’altro c’è anche l’affermazione di se stessi. Ci si riconosce e ci si abbraccia e ci si perdona e si va avanti. Basti pensare agli indiani d’America! Questo incontro tra sud e nord non c’è mai stato. Ma non potrà mai avvenire se uno non riacquista la memoria e se l’altro non gli riconosce l’identità ritrovata.

Se non si capisce questo, soprattutto adesso che il sud sta cominciando a prendere coscienza di sé, e vuole essere riconosciuto, spunteranno nuove leghe e la divisione a quel punto sarà inevitabile.

Come dice Pino Aprile “noi la vogliamo festeggiare l’unità, ma prima facciamola!”.


Eliana8 da Il Teatro del Canovaccio

da Livorno

150 anni di unità d'Italia: furono i livornesi i primi ladri di Stato

BastogiMentre il Sindaco Alessandro Cosimi ed il fido Mario Tredici stanno verificando che i ristoratori livornesi rispondano positivamente all’appello patriottico di colorare di tricolore i piatti serviti il 17 marzo, la nostra redazione è andata a curiosare nelle vicende della nuova Italia nata nel 1861. Sorpresa delle sorprese, apprendiamo (ma come siamo ignoranti) che non sono stati Ciano e Matteoli i primi livornesi a ricoprire incarichi di governo. Il primo in assoluto è stato un banchiere (non bancario) diventato Ministro delle Finanze il 23 marzo del 1861, Pietro Bastogi, costretto poi a dimettersi per un intrigo tra interessi privati e soldi dello stato. Altrettanto sorprendente è stato apprendere delle “fortunate” circostanze per le quali il Bastogi (o meglio la Società italiana per le strade ferrate meridionali di cui era Presidente) divenne concessionario delle ferrovie meridionali. Ma andiamo con ordine. Tutto ha inizio in quegli anni in cui si tramava per fare l’Italia. I mazziniani erano sparpagliati per ogni dove e tra questi c’era un giovane livornese, Adriano Lemmi, nato a Livorno nel 1822, divenuto poi famoso per essere stato Gran Maestro dell’Ordine massonico dal 1885 al 1896. Il livornese, conosciuto  come il “banchiere della rivoluzione”, aveva iniziato la sua carriera con un furto ai danni di una signora di Marsiglia. A quei tempi Lemmi aveva solo 22 anni, ma prometteva bene, Falsificando una lettera di credito della ditta Falconet & C. di Napoli, il livornese diventò amico del medico Boubagne e frequentatore della sua casa. Il 3 febbraio del 1844, mentre era in casa del medico e si trovava da solo con la moglie, Adriano Lemmi finse di avere un malessere. La signora, premurosa, andò in cucina per preparare una tisana e fu in quel preciso istante che, il futuro Gran Maestro, rubò una borsa di perle e 300 franchi d’oro. I maligni sostengono che fosse il compenso dovuto per alcune prestazioni, una sorta di Ruby alla rovescia, fatto sta che Adriano Lemmi venne pizzicato dalla polizia in una taverna con ancora addosso la refurtiva. Il 22 marzo 1844 Lemmi venne condannato ad 1 anno e un giorno di reclusione e 5 anni di alta sorveglianza. Sorveglianza che non impedì al Lemmi di arrivare a Costantinopoli dove conobbe un rabbino polacco che lo ammaliò al punto che, per ingraziarselo, Lemmi decise di aderire alla religione di Mosè, abbandonare il cristianesimo e farsi circoncidere. Tutto questo avvenne il 14 gennaio del 1846. Due anni dopo, a Londra, Lemmi si iscrive alla massoneria presentato da un inglese amico di Mazzini. L’anno successivo conobbe Kossuth (una sorta di Mazzini ungherese)di cui divenne il segretario.

lemmiRientrato in Italia dall’America nel 1851, Lemmi si dette un gran da fare. Erano gli anni di morti ammazzati eccellenti tra duchi, granduchi e cardinali, e tutti vedevano in qualche modo parteciparvi il livornese ormai nelle grazie di Mazzini. Tant’è che dopo le varie rivolte più o meno spontanee (a Livorno, presente il Lemmi, il 30 giugno 1857) Mazzini scrive una lettera a Crispi e Garibaldi, di cui si conserva l’autografo, e nella quale riferendosi al livornese dice:«lo soltanto vi dico che mentre altri farebbe suo prò di ogni impresa, egli mira a fondare la Cassa del partito e non la sua». Come dire, signori miei se anche Lemmi guadagnerà qualcosa lo farà per il bene della causa repubblicana. Tutto questo accadeva mentre Garibaldi stava completando la sua spedizione al sud e si stava delineando un business di grande portata, la costruzione delle ferrovie, che attrasse l’interesse dello stesso mitico barone Rothschild (sinonimo per anni di ricchezza sfrenata - da qui il detto livornesissimo . Nella corsa ad accaparrarsi quella commessa il più lesto di tutti fu un altro banchiere livornese, Pietro Augusto Adami, che si fece ricevere da Garibaldi a Napoli, mentre il Lemmi con tanto di lettera di presentazione di Mazzini, si presentò da Crispi. Alla fine, per non far torto a nessuno il “Generale Dittatore, Giuseppe Garibaldi”, firma a Caserta, il 25 settembre 1860, un decreto con cui affida la costruzione delle ferrovie alla società Adami e Lemmi. Un affare che, paragonato ai giorni nostri,  vale 5/6 miliardi di euro. In contropartita i politici del partito d’azione ottengono la possibilità di assumere i tecnici e la mano d’opera che vogliono, oltre all’apertura di numerose testate giornalistiche finanziate dai due livornesi. L’affare era talmente grosso che subito si mossero critiche all’operato di Garibaldi, definito disinvolto, e sulla stampa si scatena il putiferio. Intervengono Carlo Poerio e Carlo Cattaneo (tutti nomi noti a Livorno che hanno strade e scuole dedicate)e lo stesso Cavour, in procinto dell’unificazione dell’Italia, si sente in dovere di attaccare i cosidetti “rossi livornesi”. La questione morale viene sollevata dalla destra e sul giornale torinese (non La Stampa, ma L’Espero)viene accusato Agostino Bertani (segretario e braccio destro di Garibaldi) di aver intascato una tangente da parte dei livornesi di 4 milioni di lire (60 milioni di euro oggi). Querele e controquerele, fino a che, sotto la mediazione del Cattaneo, il parlamento ratificò il nuovo mandato alla società Adami e Lemmi. Fu allora che intervenne il giornale napoletano “Il Nazionale” (potenza dei media!!! e senza intercettazioni telefoniche) che pubblicò i capitolati del progetto mettendo in mostra che la società dei livornesi, oltre ad aver lucrato un centinaio di milioni di ducati, avrebbe fatto spendere allo stato di più di quanto non previsto dalle cordate francesi interpellate dai Borboni. Per rispondere allo scandalo i due livornesi finanziarono e fondarono giornali a loro partigiani a Palermo, Napoli, Genova, Firenze e Milano. Ma lo scandalo era tale che costrinse i due livornesi a cedere alla società francese Delahante le linee pugliesi e calabresi mentre la società livornese confluirà nella nuova compagnia “Vittorio Emanuele” di Charles Lafitte, in qualche modo legato con i Rothschild, per le linee ferroviarie calabro-sicule. L’insurrezione delle popolazioni siciliane contro il governo di Torino, spaventò i francesi che si ritirarono dall’impresa e tornarono a galla i livornesi ai quali venne concesso di occuparsi della costruzione di 900 km di ferrovia. Solo Lemmi, però, riuscì a resistere alle varie bufere, Adami dovette cedere le quote societarie e ritirarsi a lavorare presso la Regia manifattura tabacchi, il cui appalto (ma guarda un pò) venne dato in regime di monopolio proprio al Lemmi.

Pur in presenza di una accelerazione imposta dal nuovo regno, la vicenda delle ferrovie  stava annaspando, malgrado si spendessero milioni per consulenze, studi e progettazioni di massima. Un ritorno di interesse dei Rothschild stimolò il nascente capitalismo targato Italia e, con una mossa a dir poco priva di scrupoli, il nostro concittadino Pietro Bastogi si assicurò la concessione delle ferrovie del sud dopo aver costituito la Società italiana per le strade ferrate meridionali con capitale 100 milioni di lire. La proposta dei Rotschild, arrivata ai responsabili dei Lavori pubblici, avrebbe dovuto essere illustrata in parlamento per essere esaminata e approvata, ma all’ultimo momento, venne tolta dall’ordine del giorno. Era successo che l’allora Ministro delle Finanze, (Bastogi appunto), pur di non far guadagnare il banchiere straniero (e di mettersi in tasca un pò di soldi n.d.r.)si dette da fare per costituire una società della quale facevano parte numerosi parlamentari scelti accuratamente per non dover restare impallinati nella discussione in aula. In questo modo la destra italiana era riuscita a trovare forme di finanziamento illecito. La sinistra radicale di allora protestò vivacemente e venne deciso di nominare una commissione d’inchiesta. Alla fine tutti concordarono (ma guarda un pò) che “Qualunque voce o sospetto di corruzione esercitata verso uno o più deputati nell'occasione della discussione e votazioni della legge sulle ferrovie meridionali è rimasta pienamente smentita.Egualmente è eliminato ogni sospetto a carico di quei deputati che pur avendo ingerenza in lavori parlamentari nella stessa occasione accettano di far parte dell'amministrazione della società italiana per le strade ferrate del meridione". Nessuno andò in galera o venne salvato da leggi ad personam anche se Bastogi e altri parlamentari furono costretti a dimettersi. 20 anni dopo le vicende Crispi scriveva : “Per le ferrovie meridionali si tratta di costruire 3.982 km,spesa preventiva nel 1878,non per tre ma per 6.000 km 1.200 milioni,spesa preventiva nel 1888 non per 6 ma per 3.000 km 1.121 milioni cioè 404.319 Lire a kilometro,ma le ferrovie costruite prima, senza economie erano costate 282.703 lire a km ciò vuol dire mezzo miliardo pagato a Bastogi Balduino e Bombrini... “ Insomma lo stato non ci aveva fatto un bel guadagno ma qualche altro si.

Niente di nuovo sotto il sole, direte voi, ma di questi personaggi (purtroppo livornesi), in questi giorni, stiamo per celebrare il ricordo che a leggere la storiografia ufficiale non si direbbe abbiano fatto male. Ma la storia, quella vera, è altra cosa da quella che scrivono i vincitori, così, tanto per chiudere, vi regaliamo due chicche dei nostri amici. La prima riguarda Bastogi che come ministro delle finanze ebbe l’incarico di predisporre il “Gran libro del debito pubblico” nel quale far confluire le voci in passivo dei bilanci dei vari stati prima dell’unificazione. Ebbene il  Ministro si imbatté nel debito contratto dal Granduca di Toscana nei confronti di Bastogi banchiere quando quest’ultimo gli prestò dei soldi per finanziare la repressione dei moti carbonari del 1849. La morale è che il Bastogi, uomo di governo, firmò gli atti che permisero al Bastogi, banchiere, di recuperare quei soldi che erano serviti per combattere la nascita proprio di quel governo in cui sedeva (veramente un genio !!!!). Invece del Lemmi, di cui si può vedere l’effige in una statua esposta nella Villa Fabbricotti, si dice che fu il primo a intuire l’importanza di avere a disposizione una loggia segreta tant’è che riunì il fior fiore dell’Italia di allora, politici, banchieri, giornalisti, nella loggia Propaganda 2(ogni riferimento a cose e persone dei tempi nostri non è per niente casuale). Il suo credo pare che fosse “Chi è al governo degli stati o è nostro fratello o deve perdere il posto”. Malgrado la sua capacità di intrallazzare ebbe un forte ridimensionamento dallo scandalo della banca di Roma. Insomma, Livorno non solo è capace di dare vita alla tre giorni di festa per l’unità d’Italia, ma è capace anche di dimenticare gli oscuri personaggi che si sono agitati in quel periodo, anzi, se possibile, li celebra affidandone la memoria a strade, scuole e monumenti.

da http://senzasoste.it/  segnalato da LizaPop (Il Villaggio)


dal Veneto

Il Veneto e l'Unità d'Italia

veneto

Che l'Unità d'Italia non sia nata come raccontavano i sussidiari delle elementari, è cosa nota.
Ma su questo evento sono state espresse opinioni e sono nate alcune leggende che andrebbero, in buona parte, sfatate
Una di esse è che l'Unità avrebbe portato vantaggi solo e a tutte le regioni del Nord, unicamente spese di quelle del Sud: non è vero; né è vero che l'adesione al Regno d'Italia fu unanime, entusiasta e cambiò in meglio le cose.
Per dimostrarlo, vi parlerò di alcune conseguenze dell'Unità patite dal Veneto, la cui situazione dell'epoca non era molto diversa da quella Meridionale.
L'ingresso del Veneto nel Regno d'Italia avvenne nel 1866, dopo la cosiddetta Terza Guerra d'Indipendenza, le sconfitte di Custoza e Lissa, un Plebiscito molto contestato dagli attuali “venetisti” che lo considerano una colossale truffa.
Un'accusa che non pare del tutto infondata: agli elettori veniva consegnata solo la scheda del “sì”; chi voleva quella del “no” doveva espressamente chiederla perdendo la segretezza del voto e rischiando di venire schedato.
Sta di fatto che ci furono solo 69 “no” e la polemica sulla validità del Plebiscito continua tuttora.
Peccato che gli attuali critici trascurino dati essenziali: all'epoca, il Veneto non aveva una classe politica che lo pensasse (e meno ancora lo proponesse) come stato indipendente.
L'élite che volle staccarsi dall'Austria si considerava italiana e l'idea di ripristinare una Repubblica di Venezia morta e sepolta dopo una lunghissima agonia non venne a nessuno.
Dunque, questa polemica si basa sul senno di poi e su una concezione attuale della democrazia, che è molto diversa da quella del 1866.
In ogni caso, per la quasi totalità dei Veneti l'ingresso nel Regno non cambiò nulla.
Una massa di braccianti e operai poveri continuò a vivere come prima, lavorando precariamente o con paghe basse, mangiando quasi solo polenta e verdure (se c'erano), ammalandosi di pellagra o colera.
Chi non trovava lavoro, continuò a rubare pannocchie, uva o frutta per sopravvivere e ciò non era considerato un peccato da confessare al prete.
Le autorità Italiane, come le Austriache, non fecero nulla per sollevare queste genti da una povertà antica, anzi... il Regno peggiorò le cose istituendo “la madre” di tutte le imposte italiche: la Tassa sul Macinato.
Quel balzello sulle farine affamò chi già si nutriva malamente di sola polenta e non aveva nemmeno i 2 centesimi per comprare un po' di sale da metterci dentro.
Non parliamo del pane che, per tantissimi, era un lusso...
La gente, memore del “testatico” imposto dall'Austria, chiamò questa tassa “il boccatico”: l'imposta sulle bocche, un'idea odiosa che fece apparire il nuovo stato rapace e indifferente quanto il vecchio, se non di più.
Quintino Sella, più che il plauso per essere stato il “risanatore delle finanze”, meriterebbe una lapide d'infamia per un'imposta che toglieva tutto ai poveri lasciando indenni i ricchi... ma la storia “ufficiale” ha sempre preferito tacere su chi davvero pagò questo “risanamento” di un dissesto creato da altri.
Un altra cosa che piacque poco ai Veneti fu la polemica fra Stato e Chiesa, esplosa dopo la caduta dello Stato Pontificio e la proclamazione di Roma capitale.
In una regione definita “la sacrestia d'Italia”, la Chiesa era (nel bene e nel male) la principale guida morale e spirituale, quindi l'atteggiamento del nuovo stato “laico” suscitò molte perplessità.
Il popolo non capì quel conflitto e si mise spesso dalla parte del Papa approvando, più o meno acriticamente, quanto veniva predicato dagli altari.
Le autorità dell'epoca peggiorarono, di nuovo, le cose arrivando a ostacolare (se non perseguitare) le attività di alcune comunità religiose.
Qualche “intellettuale” deprecò il fatto che molti elettori Veneti non scegliessero candidati “laici”, ma si facessero consigliare dal prete su chi votare.
Si creò, insomma, un'ulteriore spaccatura tra la gente e una classe dirigente che non poté o non volle capirne la mentalità, apparendo lontana e ottusa.
Qualcuno si chiederà come mai, diversamente dal Sud, il Veneto non si ribellò e non vi si ebbero fenomeni come il brigantaggio.
La verità è che nel Veneto il brigantaggio c'era già stato durante il governo Austriaco e anche dopo l'Unità vi furono, nelle aree più povere, delle rivolte.
Ma anche qui la storia “ufficiale” tace e questi eventi sono trascurati dagli storici locali, che se ne occupano poco, in maniera vaga e frettolosa.
Si preferisce, semmai, parlare di uno sviluppo economico che effettivamente ci fu, ma fu anche nettamente inferiore rispetto a quello Piemontese o Lombardo e di cui godette solo una ristrettissima minoranza.
Dietro alle figure dei Rossi, dei Marzotto o dei Breda c'era una massa di lavoratori che raccoglieva solo le briciole o si doveva accontentare di rare e paternalistiche concessioni.
Che rimaneva dunque ai Veneti? Due possibilità: la rassegnazione o l'emigrazione.
Come tanta gente del Sud, anche molti del Nord scelsero di andarsene dall'Italia alla ricerca di una vita appena migliore, di un po' di terra da coltivare.
Veneti e Friulani ebbero, in molti casi, percorsi diversi da quelli dei loro concittadini Meridionali ma la loro vita fu la stessa... questa, però, è un'altra storia.
Oderico da Tema Libero


da una siciliana a Torino

moleUn gran parlare, in questi giorni, dell'opportunità o meno di festeggiare i 150 anni dell'Unità d'Italia.
C'è chi parla di sacco del Sud e di quelle carogne dei Savoia, chi dell'attuale Roma ladrona e di quegli sporchi mafiosi dei meridionali.
Insomma, ognuno ha il suo bel dire a seconda della latitudine da cui guarda alla cosa, e ciascuno in fondo ha una parte di ragione.
Ma non è di questo che adesso vorrei parlare: di topic che analizzano la questione da un punto di vista storico ce ne sono già ovunque.

Ciò che mi chiedo, invece, è altro: da 150 anni siamo italiani solo per finta o in questo secolo e mezzo una cultura comune tra di noi si è creata, volenti o nolenti?
Certo, perchè si possa rispondere a questa domanda, bisognerebbe che prima ci domandassimo cosa intendiamo per cultura comune.
Di solito con questa espressione si intendono lingua, religione, costumi, tradizioni, atteggiamenti mentali...
Atteggiamenti mentali: ecco, molti degli atteggiamenti mentali tipicamente italiani non credo che ci identifichino tutti, ma certamente identificano molti italiani. Questo è un fatto, a mio avviso.

Al di là di ciò, comunque, siamo proprio sicuri che la cultura di una nazione sia davvero fatta solo di cose "grosse" come la sua storia dalle origini ai nostri giorni e che, invece, gli ultimi 150 anni di vita di un popolo non siano determinanti quanto e forse anche più di tutti i secoli che li hanno preceduti?
Non metto in dubbio, intendiamoci, che i Borboni, i Medici e i Gonzaga abbiano inciso profondamente sulla cultura dei territori che governarono all'epoca che fu: è innegabile che molte e macroscopiche differenze tra regione e regione dipendano ancora oggi dalla storia completamente diversa che ciascuna ha alle spalle e che vede soprattutto il Sud come qualcosa di sostanzialmente diverso.
Ma, seriamente e senza scherzare affatto, quanto ha inciso nel bene o nel male Claudio Baglioni nella vita di tutti noi ragazzini?
Quanto peso ha avuto il cornetto Algida nei nostri sogni di bambini che non vedevano l'ora di diventare grandi?
E quanti di noi siciliani, in seguito, hanno bestemmiato perchè solo da noi non si prendeva Videomusic e quindi solo noi siciliani non potevamo guardare i video dei pezzi rock e new wave che comunque amavamo quanto e più dei nostri continentali coetanei?

E volutamente cito esempi terra-terra, proprio per dire che, bello o brutto che sia essere italiani (e per molti, agghiaccianti aspetti è tutt'altro che bello), la cultura della nostra generazione a me ormai pare sostanzialmente una, fatta delle stesse, piccole e grandi cose, al Nord, al Centro e al Sud, isole comprese.

Rolleyes da Frammenti

Pervenuto all'ultimo minuto!!!
Parlare di Unità d'Italia non è facile né semplice.
Premetto che amo il mio Paese, sono orgogliosa (quasi sempre) di essere italiana, non concepisco alcun tipo di scissione o divisione di sorta e quando stamattina i 474 alunni della mia scuola hanno cantato Va Pensiero e l'Inno di Mameli mi sono profondamente commossa ma...
Ma se l'Italia è stata fatta sicuramente non sono stati fatti gli italiani.
Gli errori storici ormai sono palesi...i Savoia non hanno liberato il meridione... il sud è stato "liberato" da giovani idealisti che hanno dato la vita per il sogno di una patria unita...i Savoia hanno piemontizzato il sud, hanno conquistato il Regno delle due Sicilie e lo hanno trattato da...terra di conquista.
Lo stesso Garibaldi in una lettera scritta qualche anno dopo la sua partenza da Napoli disse che avrebbe avuto vergogna a tornare nelle terre "liberate"
L'arroganza, il disprezzo, il depredamento dei beni hanno causato ferite che non si rimargineranno mai.
Arroganza e disprezzo che ancora oggi in troppi uomini del nord si sente ancora e ancor più divide.
Si descrive il Regno delle due Sicilie come uno stato arretrato, vittima di sovrani dispotici... Certo i Borbone erano sovrani assolutisti, come la maggior parte dei sovrani del tempo ma nella civilissima Inghilterra i bambini in quel periodo venivano mandati a lavorare a cinque, sei anni con dei corsetti che dovevano sostenerli se si addormentavano ed impedir loro di riposare... I "civilissimi" Savoia in Sardegna mandavano bambini ugualmente piccoli in miniera...in condizioni subumane...
I Borbone amavano la loro terra, non erano né migliori né peggiori di tanti altri. Sicuramente miopi politicamente non seppero leggere i segni dei tempi, non seppero circondarsi di uomini politici come Cavour...
Il Regno di Napoli fu impoverito, il suo oro portato al nord (e ricordiamo che i Borbone quando partirono per l'esilio, a differenza dei Savoia, lasciarono tutto a Napoli....), le sue fabbriche chiuse, i suoi uomini allontanati dalla terra e costretti alla leva...
Fu l'inizio della fine!
Consiglio a tutti la lettura del libro "L'eredità della priora" di Carlo Alianello e di vedere o rivedere il film "Li chiamarono briganti" di Pasquale Squitieri.
Certo se Garibaldi non avesse ceduto Napoli a Vittorio Emanuele, se si fosse affermato l'ideale mazziniano di una Patria libera, indipendente e repubblicana oggi, forse, gli italiani si sentirebbero un po' più italiani...
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