Tutte le leggende,, tutte le mitologie e tutti i miti, tutti i fondatori di religioni, anzi tutte le religioni […] aspettano la loro risurrezione nel film, e gli eroi si accalcano alle porte». Era il 1927 quando Abel Gance folgorava in quest'immagine titanica i destini della settima arte. Una dimensione, quella del cinema come epica moderma, che ritorna in questi giorni prepotentemente alla ribalta dopo l'uscita di Avatar, il kolossal di James Cameron. Un film lungamente annunciato come il Matrix della nuova generazione, una pellicola destinata a fare scuola e imporre un nuovo canone estetico.
E pazienza se, a detta di tutti i commentatori, in Avatar il significante ha la meglio sul significato, la grandezza della narrazione vale più della morale della favola. Nelle evoluzioni dei Na'vi per le foreste lussureggianti del pianeta Pandora non è certo la fascinazione bucolico-marziana, il luddismo di ritorno, l'apologo pacifista a sedurre il pubblico. È, piuttosto, questa smisurata voglia di grandezza, questa fame di epica, questa volontà, da parte del regista, di creare un mondo, di farsi demiurgo dell'immaginario postmoderno.
E comunque, spiegava
Michele Serra su Repubblica, in
Avatar «la trama, per quanto tirata in
lungo, alla fine ti conquista, la meraviglia
di molte in quadrature lascia incantati e
conferma che il cinema è ancora e sempre
un'imbattibile scatola dei sogni, le
creature della computer graphic sono sode e
credibili quanto i giocattoli per un bimbo
che li ami, li maneggi, li renda parlanti.
Per giunta, senza bisogno di essere accaniti
cinefili, in Avatar ci si può
divertire (gioco nel gioco) a trovare
rimandi e citazioni di tutte o quasi le più
insigni americanate di celluloide, da
Balla coi lupi a Mission a
Apocalypse Now a Guerre stellari
a Soldato blu e gli appassionati di
fantascienza riconosceranno negli enormi
volatili cavalcanti dagli alieni il segno
ispiratore del grande Moebius».
Azione, scene mozzafiato, avanguardia
tecnologica, omaggio ai miti del passato:
gli ingredienti per il grande capolavoro ci
sono tutti. Il tam tam che ha costellato la
fase del lancio della pellicola, del resto,
faceva già intravedere i contorni
dell'evento storico. In un'intervista a
Xl, ad esempio, il produttore Jon
Landau non ha fatto nulla per diradare
l'aura di leggenda che si è diffusa attorno
a questo film: «Avatar - ha detto -
non è un film di cui si deve parlare: il
pubblico deve vederlo e farsi la propria
opinion. Per noi la questione non è mai
stata trovare il progetto che offuscasse
Titanic, ma piuttosto trovare qualcosa che
facesse scattare tutte le nostre molle
creative. Alla fine il duello era tra
Avatar e Battle Angel, il film
basato su Alita, il manga di Yukito
Kishiro. Se qualcuno mi avesse detto: "nella
tua vita potrai fare solo un altro film"
avrei risposto senza esitare: Avatar!».
Un entusiasmo che potrebbe sembrare
eccessivo ma che invece appare legittimato
da notizie abbastanza curiose e inquietanti,
come quella del proliferare sul web di
discussioni di spettatori del film caduti in
depressione una volta accortisi che il
pianeta Pandora non esiste e non esisterà
mai, essendo noi condannati a una dimensione
esistenziale ben più squallida. Un'ulteriore
conferma che Avatar non è un film
come tutti gli altri.
E pazienza se si tratta di un bell'involucro per una storia mediocre. Anche Matrix, a dispetto delle pretese filosofiche, non mostrava che un platonismo banalotto già irriso da Jean Baudrillard (pure omaggiato esplicitamente in una delle prime sequenze). Eppure Neo, Morpheus e Trinity hanno segnato il modo in cui noi facciamo esperienza del cinema. Non è cosa da poco. La funzione dell'arte, del resto, è proprio questa: non descrivere un mondo, ma fondarlo. Non replicare l'esperienza usuale ma modificarla. È come per le scarpe da contadino ritratte da Van Gogh su cui si è soffermato Martin Heidegger: esse non portano sulla tela la vita delle campagne. Piuttosto, è a partire da quel quadro che noi comprendiamo l'essenza profonda di un certo contadinato radicato nella terra. Essenza che prima del dipinto non c'era, non era venuta alla luce, non era vera nel senso greco del non-velamento (a-letheia)
Per il cinema il discorso vale mille volte di più. In effetti abbiamo smesso da tempo di meravigliarci davanti al grande schermo esclamando: «È proprio come nella realtà!». In compenso ci capita sempre più spesso, e nei momenti più autentici della nostra esistenza, di accorgerci che ciò che viviamo "è proprio come al cinema". L'arte, quindi, ha una grossa responsabilità, poiché ci fornisce il fondamentale vocabolario esperienziale. Che essa sia votata alla grandezza o alla banalità, Abbiamo pur sempre una crisi in corso da superare, no? Ebbene, ne saremo completamente fuori solo quando avremo imparato a guardare al mondo con occhi nuovi, più coraggiosi e creativi di quelli di chi ci ha preceduto.
In tutto ciò il cinema, inteso come mitologia contemporanea, come epica tecnologica, può avere un grande ruolo e film come Avatar costituiscono tutto sommato un buon segno.indi, non è cosa da poco. Perché un conto è accorgersi una mattina di essere finiti in Fight Club. Un conto è rendersi conto giorno dopo giorno di vivere ne L'ultimo bacio. Non è esattamente la stessa cosa. Il cinema deve esprimere grandezza perché di grandezza questo mondo ha bisogno. E se non si pensa in grande non sui agisce in grande. Al diavolo la navigazione a vista, i timori e tremori dell'ultimo uomo.
Tutto ciò ha del resto un ovvio rovescio della medaglia. Si tratta dell'esistenzialismo sciatto e ansiogeno che troppo spesso alligna nelle pellicole di casa nostra. Quelle dei drammi generazionali realizzati "con i soldi nostri", per dirla con una brutale ma franca frase fatta.




