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Numero 4  del 30 gennaio 2010
TERZA PAGINA
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Il mercatino di Fuorigrotta 

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L'angolo, nel mercatino, di una nota casa di moda
Il mercatino.

Dovete sapere che mia moglie è un'ottima amministratrice.
Eravamo sposati da pochissimo, quando mi tolse il controllo delle finanze familiari: avevo dato un duro colpo ai nostri risparmi per comprare un gommone col relativo motore fuoribordo.
Peccato... Avevo in programma qualche altra spesetta.

Avrete capito che io tratto i soldi con criminale incoscienza ed è solo grazie a lei, se sono qui e non sotto le colonne di una chiesa.
Ed è sempre grazie a lei che mi sono potuto permettere di trascorrere la mia vita lavorativa sempre a caccia di nuove avventure senza che la famiglia cambiasse di un millimetro le sue abitudini, nonostante i frequenti periodi neri.

L'altra faccia della medaglia, se così si può dire, è la sua passione

per i mercatini: dove vede quattro tende o ombrelloni con panni appesi, si deve fermare e passare in rassegna tutto quello che c'è. Ed io, annoiato e stanco, la devo seguire tra la folla, perdendola continuamente di vista, fino a quando, senza aver comprato niente o quasi, non si dichiara soddisfatta.
Figuratevi se, quando la sua compagnia assicuratrice le ha prospettato un risparmio sulla polizza auto a condizione che avesse istallato un GPS, peraltro a completo carico della compagnia, non poteva immediatamente accettare.

L'installatore era in periferia e, naturalmente, dovetti accompagnarla.
Il lavoro richiedeva un paio d'ore e ci trovammo quindi a passeggiare, un po' avviliti, per strade semideserte.
Ad un tratto, mentre attraversavamo un quartiere di case popolari, ebbe un'ispirazione: "Da queste parti ci dovrebbe esser il famoso MERCATINO DI FUORIGROTTA!".

Mi si gelò il sangue: "Ci risiamo" pensai.
Senza por tempo in mezzo, fermò due donne, una giovane e l'altra vecchia, che non si reggeva su due splendide gambe storte, e chiese informazioni.

- Venite con noi, là stiamo andando. - Rispose immediatamente la più anziana
e, cominciando a precederci, cercava di forzare la sua lenta andatura torturando   le povere gambe storte.

 - Signora- Intervenni io - Non corra così, ho un piede infortunato e non riesco a seguirla. -
Con un sospiro di sollievo la donna ritornò al suo passo abituale e, a passo di lumaca, ci avviammo verso la meta agognata.
La cognata... No, Questo era la buonanima di Rascel.
Lungo il percorso la donna ci raccontò le meraviglie di questo mercatino e, una volta a destinazione, ci avrebbe fatto da cicerone per tutto il tempo ma, con diplomazia e con altrettanta decisione, riuscimmo a liberarcene.

Mercatino? Era un mercatone! Un enorme posteggio per le auto, migliaia di metri quadrati scoperti con centinaia dei banchetti, altrettanti metri coperti...
Cominciai a sudare freddo al pensiero che, col mio piede sbarazzino, avrei dovuto seguire mia moglie per chilometri...
Lei era in estasi: dovunque venditori che urlavano: "Tutto a cinquanta centesimi!", "Tutto ad un euro!", "Tutto a due euro!"

La sua prima spesa fu un paio di occhiali con semplici lenti di ingrandimento, in verità molto carini ma, soprattutto, al prezzo di due euro! Poi fu la volta di una matita per le labbra: 50 centesimi. "Queste fuori non si trovano a meno di otto euro!". Poi, ancora per 50 centesimi l'uno, comprò due di quei pettinini che servono a reggere i capelli...

Io intanto mi guardavo intorno e notai un grosso banco pieno di camicie ognuna nel suo bell'imballo, con spilli e tutto il resto.
"CAMICIE MARCA ATTORE - TUTTE A CINQE EURO" diceva un grosso cartello, ed io che, quando mi andava bene, spendevo ottanta euro per un camicia, mi chiedevo come fosse possibile: "Con cinque euro non paghi nemmeno l'imballo... Anche se fossero di cartavelina costerebbero di più..."
Poi notai una fantasia che mi piacque, un bel disegno sobrio su fondo viola, e mi fermai ad osservarla:
- Al diavolo - Pensai. - Crepi l'avarizia! Anche se potrò indossarla una volta sola, vale la pena di provare! -
E così feci il mio primo acquisto.

Il secondo acquisto fu un pantalone di unbel grigio fumo che sembrava di velluto: Sei euro.

Quando a casa lo misurai mi stava una meraviglia. Vedremo la durata...
Ormai ero lanciato e guardavo tutto con diversa attenzione quando, su un banco, seminascosta da giacconi e cappotti tutti a tre euro, notai quella che a prima vista mi sembrò una giacca tecnica da moto. La tirai fuori dal mucchio ed ebbi la conferma: era proprio una giacca tecnica: nera, con tutte le imbottiture al punto giusto, in condizioni perfette. Purtroppo la chiusura lampo era bloccata e non si poteva aprire. Deluso ed a malincuore la stavo rimettendo a posto, quando si avvicinò il venditore, un vecchietto gentilissimo che mi spiegò: "Ci manca solo il piccolo tirante e, con un po' di filo di ferro, si sblocca". Si avviò al suo furgone e ritornato con un piccolo filo di ferro, la sbloccò.
Io avevo già avuto esperienze del genere e sapevo che il problema era facilmente risolvibile. Quindi mi tolsi il mio giaccone e, poggiatolo sugli altri (a rischio che arrivasse qualcuno e pretendesse di comprarlo per tre euro) la indossai. Mi stava perfettamente!
E fu così che affrontai la mia ultima spesa pazza: per tre euro acquistai la giacca che da tempo avevo in programma di comprare e che non avevo trovato a meno di 120 euro.

La visita continuò nella parte coperta riservata agli alimentari: i prezzi erano convenientissimi!
Ma ormai eravamo stanchi e le due ore a disposizione erano passate. Ci ripromettemmo quindi di ritornare in macchina per fare una grossa spesa di alimentari.
Ma non prima che mia moglie avesse avuto il tempo di fare una provvista di caffè a prezzi inferiori di quelli a cui lo trovava al nostro supermercato quando era in offerta.

Che vi devo dire? Ancora una volta ha avuto ragione mia moglie.

Viva i mercatini!
(da Il Villaggio)

Solitario.
La Federazione


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cinema

Evviva Avatar, quando i kolossal sono storie che insegnano a pensare in grande (Adriano Scianca)

 Articolo di Adriano Scianca
Dal Secolo d'Italia, edizione domenicale del 17 gennaio 2010

  Tutte le leggende,, tutte le mitologie e tutti i miti, tutti i fondatori di religioni, anzi tutte le religioni […] aspettano la loro risurrezione nel film, e gli eroi si accalcano alle porte». Era il 1927 quando Abel Gance folgorava in quest'immagine titanica i destini della settima arte. Una dimensione, quella del cinema come epica moderma, che ritorna in questi giorni prepotentemente alla ribalta dopo l'uscita di Avatar, il kolossal di James Cameron. Un film lungamente annunciato come il Matrix della nuova generazione, una pellicola destinata a fare scuola e imporre un nuovo canone estetico.

E pazienza se, a detta di tutti i commentatori, in Avatar il significante ha la meglio sul significato, la grandezza della narrazione vale più della morale della favola. Nelle evoluzioni dei Na'vi per le foreste lussureggianti del pianeta Pandora non è certo la fascinazione bucolico-marziana, il luddismo di ritorno, l'apologo pacifista a sedurre il pubblico. È, piuttosto, questa smisurata voglia di grandezza, questa fame di epica, questa volontà, da parte del regista, di creare un mondo, di farsi demiurgo dell'immaginario postmoderno.


E comunque, spiegava Michele Serra su Repubblica, in Avatar «la trama, per quanto tirata in lungo, alla fine ti conquista, la meraviglia di molte in quadrature lascia incantati e conferma che il cinema è ancora e sempre un'imbattibile scatola dei sogni, le creature della computer graphic sono sode e credibili quanto i giocattoli per un bimbo che li ami, li maneggi, li renda parlanti. Per giunta, senza bisogno di essere accaniti cinefili, in Avatar ci si può divertire (gioco nel gioco) a trovare rimandi e citazioni di tutte o quasi le più insigni americanate di celluloide, da Balla coi lupi a Mission a Apocalypse Now a Guerre stellari a Soldato blu e gli appassionati di fantascienza riconosceranno negli enormi volatili cavalcanti dagli alieni il segno ispiratore del grande Moebius».


Azione, scene mozzafiato, avanguardia tecnologica, omaggio ai miti del passato: gli ingredienti per il grande capolavoro ci sono tutti. Il tam tam che ha costellato la fase del lancio della pellicola, del resto, faceva già intravedere i contorni dell'evento storico. In un'intervista a Xl, ad esempio, il produttore Jon Landau non ha fatto nulla per diradare l'aura di leggenda che si è diffusa attorno a questo film: «Avatar - ha detto - non è un film di cui si deve parlare: il pubblico deve vederlo e farsi la propria opinion. Per noi la questione non è mai stata trovare il progetto che offuscasse Titanic, ma piuttosto trovare qualcosa che facesse scattare tutte le nostre molle creative. Alla fine il duello era tra Avatar e Battle Angel, il film basato su Alita, il manga di Yukito Kishiro. Se qualcuno mi avesse detto: "nella tua vita potrai fare solo un altro film" avrei risposto senza esitare: Avatar!». Un entusiasmo che potrebbe sembrare eccessivo ma che invece appare legittimato da notizie abbastanza curiose e inquietanti, come quella del proliferare sul web di discussioni di spettatori del film caduti in depressione una volta accortisi che il pianeta Pandora non esiste e non esisterà mai, essendo noi condannati a una dimensione esistenziale ben più squallida. Un'ulteriore conferma che Avatar non è un film come tutti gli altri.

E pazienza se si tratta di un bell'involucro per una storia mediocre. Anche Matrix, a dispetto delle pretese filosofiche, non mostrava che un platonismo banalotto già irriso da Jean Baudrillard (pure omaggiato esplicitamente in una delle prime sequenze). Eppure Neo, Morpheus e Trinity hanno segnato il modo in cui noi facciamo esperienza del cinema. Non è cosa da poco. La funzione dell'arte, del resto, è proprio questa: non descrivere un mondo, ma fondarlo. Non replicare l'esperienza usuale ma modificarla. È come per le scarpe da contadino ritratte da Van Gogh su cui si è soffermato Martin Heidegger: esse non portano sulla tela la vita delle campagne. Piuttosto, è a partire da quel quadro che noi comprendiamo l'essenza profonda di un certo contadinato radicato nella terra. Essenza che prima del dipinto non c'era, non era venuta alla luce, non era vera nel senso greco del non-velamento (a-letheia)

Per il cinema il discorso vale mille volte di più. In effetti abbiamo smesso da tempo di meravigliarci davanti al grande schermo esclamando: «È proprio come nella realtà!». In compenso ci capita sempre più spesso, e nei momenti più autentici della nostra esistenza, di accorgerci che ciò che viviamo "è proprio come al cinema". L'arte, quindi, ha una grossa responsabilità, poiché ci fornisce il fondamentale vocabolario esperienziale. Che essa sia votata alla grandezza o alla banalità, Abbiamo pur sempre una crisi in corso da superare, no? Ebbene, ne saremo completamente fuori solo quando avremo imparato a guardare al mondo con occhi nuovi, più coraggiosi e creativi di quelli di chi ci ha preceduto.

 In tutto ciò il cinema, inteso come mitologia contemporanea, come epica tecnologica, può avere un grande ruolo e film come Avatar costituiscono tutto sommato un buon segno.indi, non è cosa da poco. Perché un conto è accorgersi una mattina di essere finiti in Fight Club. Un conto è rendersi conto giorno dopo giorno di vivere ne L'ultimo bacio. Non è esattamente la stessa cosa. Il cinema deve esprimere grandezza perché di grandezza questo mondo ha bisogno. E se non si pensa in grande non sui agisce in grande. Al diavolo la navigazione a vista, i timori e tremori dell'ultimo uomo.

Tutto ciò ha del resto un ovvio rovescio della medaglia. Si tratta dell'esistenzialismo sciatto e ansiogeno che troppo spesso alligna nelle pellicole di casa nostra. Quelle dei drammi generazionali realizzati "con i soldi nostri", per dirla con una brutale ma franca frase fatta.

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 Quando, in effetti, il ministro Brunetta critica gli artisti sovvenzionati, che campano di aiuti statali senza mai confrontarsi con il mercato, dice una cosa in parte discutibile ma comunque con un grosso fondo di verità. Perché è vero che non si può consegnare l'arte al solo giudizio ondivago delle masse che pagano il biglietto senza preoccuparsi della profondità e dell'importanza oggettiva delle opere (e in questo il mercato non può certo bastare); ma è d'altra parte innegabile che un'arte che non abbia più alcun rapporto con il senso comune, che non sia capace di interloquire con il grande pubblico, che si faccia balocco autoreferenziale ed elitario di caste culturali estenuate non è arte. L'arte è avanguardia e l'avanguardia, negli eserciti, sta sempre avanti di un metro rispetto alla truppa. Non si confonde con essa, ovviamente. Ma neanche vi si allontana troppo, rischiando di ritrovarsi isolata e senza esercito al seguito.

 Ecco, il cinema italiano è troppo spesso costruito attorno a solitari colonnelli autoproclamatisi che tracciano mappe che nessuno utilizzerà mai e aprono percorsi scivolosi in cui finiscono per impantanarsi da soli. Una concezione ombelicale, narcisistica dell'arte non di rado nutrita di razzismo etico verso il pubblico stesso, verso tutto ciò che è "popolare" e verso il popolo stesso.


Gli stessi addetti ai lavori se ne sono accorti. Qualche anno fa fu Carlo Verdone a lanciare l'allarme contro titoli «banali, ripetitivi, incomprensibili, inadatti a fissarsi nella memoria dello spettatore, compreso quello più attento. Nel mio amore, Le conseguenze dell'amore, L'amore ritrovato: è possibile far uscire contemporaneamente tre film con titoli tanto simili? Una talpa al bioparco: ma qualcuno si è posto il problema che il 70 per cento degli spettatori neppure sa cosa significhi bioparco?».


Ma, senza nulla togliere al grande attore e regista romano, fu forse Quentin Tarantino a redigere il certificato di morte del nostro cinema. «I nuovi film italiani - spiegò - sono deprimenti. Le pellicole che ho visto negli ultimi tre anni sembrano tutte uguali, non fanno che parlare di: ragazzo che cresce, ragazza che cresce, coppia in crisi, genitori, vacanze per minorati mentali. Che cosa è successo? Ho amato così tanto il cinema italiano degli Anni 60 e 70 e alcuni film degli Anni 80, e ora sento che è tutto finito. Una vera tragedia». Scoppiarono polemiche, all'epoca di queste parole, ma il visionario cineasta non si tirò indietro: «Un'industria per crescere, con i film d'arte dei maestri, ha bisogno del cinema popolare e dall'Italia non arrivano nomi giovani con film d'azione. Dalla Corea o dalla Russia arrivano film rivoluzionari come Old boy o Nightwatch: perché non fate niente di così forte in Italia? E non c'è bisogno della sala, il successo di tanti autori asiatici viene solo dal mercato dei dvd, in cui i titoli italiani nuovi sono scarsissimi». Colpiti e affondati.


Il riferimento ai film asiatici fatto dal cineasta americano mette del resto in luce un altro aspetto: l'emergere, nel cinema contemporaneo, di scuole nuove, giovani, con uno stile proprio e con tante cose da raccontare. La vecchia contrapposizione un po' snob tra Hollywood e i film d'autore europei è già abbondantemente superata. Il che è del resto un segno dei tempi: a Copenaghen l'Europa ha fatto da cerimoniere imbolsito mentre Obama e la Cina decidevano le sorti del pianeta. Ecco, nelle sale non succede nulla di diverso. Chi sa immaginare il futuro sa anche progettarlo. La diffidenza un po' provincialotta verso le "americanate", quindi, è doppiamente fuori tempo massimo: in primo luogo perché di artisti pronti a sfidare l'impero ce ne sono già abbastanza, solo che non abitano da noi; e, secondariamente, perché a forza di condannare l'indubbia superficialità bambinesca di molte pellicole statunitensi si finisce per eliminare dai film ogni forma di meraviglioso, ogni fonte di stupore.


Ha quindi ragione Guillaume Faye quando dice che «il successo delle superproduzioni hollywoodiane è dovuto al loro carattere immaginativo ed epico, al rigore drammaturgico, all'ultraprofessionalità della produzione e della distribuzione, una capacità tecnica perfetta… Ciò compensa largamente la frequente povertà della sceneggiatura o il pullulare di cliché infantili e mielati. […]. I francesi e gli europei hanno perso il senso dell'epopea e dell'immaginazione (a parte Luc Besson). Che cosa ci impedisce di ritrovarle? Chi ce lo vieta? Perché nessun europeo ha avuto l'idea di trattare (alla nostra maniera, senz'altro più intelligente e altrettanto drammaturgica) i temi di Et, Jurassic Park, Armageddon o Deep Impact, di Twister o di Titanic?».


Abbiamo dovuto entusiasmarci per un Leonida bushano nel controverso e affascinante 300, mentre per godere dei fasti di Roma antica abbiamo dovuto attendere un Gladiatore di origine australiana. E in tutto questo, indubbiamente, c'è qualcosa che non va.


Adriano Scianca (1980), laureato in filosofia, collaboratore di diverse riviste, giornali e siti web, nonchè appassionato di cultura non conforme, filosofia sovrumanista e pensiero postmoderno
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