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il CORRIERE FEDERALE |
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| Organo periodico di informazione della FEDERAZIONE | ||
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Scoperto
a Potenza antico edificio stile Ikea, Reggia del VI secolo aC costruito
con pezzi con iscrizioni che rimandano ad istruzioni per il montaggioROMA - Una reggia del VI secolo avanti Cristo assemblata come un mobile dell'Ikea. E' la scoperta fatta a Torre Satriano, alle porte di Potenza, dove gli archeologi, -secondo quanto riporta la rivista 'Storica' National Geographic - hanno riportato alla luce un edificio sfarzoso, dotato di un tetto a falde i cui pezzi sono quasi tutti segnati con iscrizioni che rimandano ad istruzioni per il montaggio. Si tratta di un edifico "simile ad un tempio", anticipano dal periodico, con un corpo centrale sormontato dal tetto a due falde con decorazioni rosse e nere, e un volume laterale con un porticato che valorizzava l'ingresso della lussuosa costruzione. Il tetto consentiva il defluire delle acque piovane attraverso dei pannelli di abbellimento, chiamati 'sime', provvisti di gocciolatoi. "Tutte le sime - spiega a Storica Massimo Osanna, direttore della Scuola di Specializzazione in Archeologia dell'Università della Basilicata e del progetto di scavo a Torre Satriano - e alcune lastre di fregio presentavano iscrizioni relative al sistema di montaggio del tetto. Sono stati recuperati finora un centinaio di frammenti iscritti, dove si legge un numero ordinale al maschile sulle sime e uno al femminile sul fregio". Una sorta di libretto di istruzioni che identificava ogni componente con una sigla e, per facilitarne l'ordine di assemblaggio, definiva gli elementi maschio o femmina, pratica ancora in uso ai giorni nostri. "Le caratteristiche di queste iscrizioni indicano un orizzonte temporale del VI secolo a.C., omogeneo con quanto ricostruibile anche con gli altri elementi del decoro architettonico", spiega Osanna. Non solo: i decori del tetto della reggia di Torre Satriano sono molto simili alle tracce frammentarie del decoro di un'altra abitazione ritrovata a Braida di Vaglio, una località poco distante. "La similitudine nell'impiego di questi decori è tale da farci immaginare la stessa origine, se non addirittura lo stesso stampo". La zona dei ritrovamenti era a ridosso delle colonie costiere della Magna Grecia e a quell'epoca i signori locali si adeguavano ai gusti di origine greca, facendone uno status symbol: ciò potrebbe quindi giustificare una produzione 'seriale'. Ansa.it Rici di L'angolo dell'archeologo. |
![]() "SEI UN CESSO CORROSO...! SEI UNA MERDA! SEI UNA MERDA! SEI UNA MERDA!" (Un senatore della Repubblica Italiana ad un collega) |
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Tumulti in Aula. Il Presidente sospende la seduta è una lunghissima
serie di scene tragicomiche che si sono verificate nel corso di
sessant'anni di storia repubblicana nel Parlamento italiano,
protagonisti i rappresentanti del popolo che, una volta abbandonato ¡l
loro ruolo istituzionale, hanno assunto i panni di lanciatori di
oggetti, di pugili e di saltatori senz'asta, di arrampicatori di scranni
e di strateghi d'aula. Dall'epoca della Costituzione, quando i parlamentari erano quasi tutti reduci dalla lotta partigiana, come il colonnello Audisio che giustiziò Mussolini, i fratelli Pajetta che avevano trascorso numerosi anni di carcere o Giorgio Amendola, passando per la prima legislatura e lo scontro tra De Gasperi e Togliatti, sino allo scandalo della loggia massonica P2 negli anni Ottanta, con il duo radicale |
Cicciomessere-Aglietta, attraverso gli anni
Novanta con Tangentopoli e la Seconda Repubblica, quando, con i governi
Berlusconi e Prodi, una nuova classe dirigente venne alla ribalta e i
rappresentanti del Carroccio diventarono sempre più agguerriti e
guerrafondai. Attraverso gli atti parlamentari e le trascrizioni
stenografiche, il volume ricostruisce i momenti più tesi, e in molti
casi anche i più grotteschi, della storia
repubblicana italiana. Un ritratto lucido e spietato della politica del nostro Paese. Un libro sulle virtù (poche) e sui vizi (tanti) della classe dirigente italiana. Collaborare di Scrittori d'Italia |
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BREVE STORIADI COME EBBE INIZIO L’APOCALISSE Di Andrea Carbone L’interno di una chiesa. |
Entrambe le donne si fanno il segno della croce CARMELA Come quel prete della televisione, quello che è entrato nel grande fratello! MARIA Lo hai visto anche tu? Ma come si può permettere una cosa simile? A stare in pigiama in mezzo a quelle ragazze che camminano nude! Ma mi domando, il Vescovo o il Vaticano non dovrebbero proibirla una cosa del genere? CARMELA Che il Signore possa perdonarle… l’hai vista poi quella Roberta? A fare la smorfiosa, prima con Alberto e poi con Stefano… e si struscia di qua, e tocca di là… e poi a mettere in mostra tutte cose davanti a tutti… non ci sono più le ragazze di un tempo! MARIA Hai ragione, è un’indecenza. Io ho votato per farla eliminare. CARMELA Anch’io, anch’io. Speriamo bene. Primo piano di Gesù. La statua inizia ad aprire gli occhi. Sposta la testa di lato, osservando le due donne. La statua si libera le mani e i piedi e scende per terra con un balzo. Le due donne lo guardano sbalordite, senza riuscire a dire né a fare nulla. La statua di Gesù si avvicina alle due, guardandole con sguardo seccato. STATUA GESU’ Io ci ho provato a portare pazienza, giuro… Detto ciò, riprende a camminare superandole, e dirigendosi verso l’uscita della chiesa. Le due continuano ad osservarlo fin quando la statua esce dalla chiesa. Poi si guardano a vicenda, ancora incredule e senza parole. In sottofondo sentiamo il rumore di un tuono. Schermo nero. Andrew di CINEMATIK |
![]() Intervista ad Alessandro Sponzilli. Autore, tra gli altri, del romanzo storico "Il signore del sole nascente", edito Piemme.
1) Chi è, e perchè scrive Alessandro Sponzilli? |
Io ne narro le gesta, raccontate dal punto di vista di suo padre
adottivo, cioè l’uomo che lo trovò sulle acque dell’Eufrate in un cesto
di vimini. Ma quella è la Leggenda. Importante è che il personaggio principale, che narra in prima persona, è un uomo fragile, un po’ egoista e per nulla eroe, ma molto simpatico. 3) Lei è maestro del romanzo storico. Che consigli darebbe a quegli scrittori esordienti che trattano il suo stesso genere? Intanto credo che il consiglio principe sia leggere molto, magari non solo romanzi storici e saggi ma un po’ di tutto e ciò che piace. I veri maestri sono libri, essi c’insegnano non solo come scrivere correttamente ma come raccontare una storia. Poi credo sia fondamentale l’impegno, la costanza e l’originalità. Non ci sono segreti da acquisire, se vogliamo raccontare una storia avvincente, dobbiamo essere dei passionali per natura, altrimenti è meglio scrivere romanzi intimisti, giovanili, o saggi. 4) Un sito dove possiamo trovarla? Progetti per il futuro? Il mio sito è www.alessandro-sponzilli.com . Per quanto riguarda il futuro ci sono naturalmente tanti romanzi da scrivere, di cui uno è quasi finito, e chissà forse non solo romanzi storici. Collaborare di Scrittori d'Italia |
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Gli strani viaggi di Lara Croft Racconto semifantastico delle avventure di una forumista Settima puntata |
![]() Il romanzo d'appendice |
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La stanza del
"tesoro". So bene qual è la domanda che fluttua tra le sinapsi dei vostri neuroni cerebrali. Voi siete stanchi di tutte queste descrizioni, di sapere chi è chi, da dove viene, cosa fa o ha fatto. Voi vi state chiedendo se e quando noi eletti abbiamo affrontato le grandi questioni irrisolte del mondo. La questione palestinese, il protocollo di Kyoto, la crisi economica del nostro paese e non solo, la povertà, la cura del cancro, la vita su altri pianeti, cosa c'è dopo la morte, evitare la fine del mondo nel 2012... cosucce del genere insomma. Vi assicuro, le nostre intenzioni erano delle migliori, ma non sempre le cose vanno come vorremmo. Ci siamo riuniti in gran segreto, con la motivazione ufficiale (e falsa, a questo punto, mi sembra chiaro) di tenere lontana Snerva, ma anche crazyjo e okalisca. La prima era convinta, anche perché qualcuno degli eletti glielo fece credere, che all'interno del salotto di Garbury parlassimo male di lei, e il pensiero che non potesse intervenire, di non avere la possibilità di difendersi scatenava, altrove, l'ira di Snerva. In realtà, il nostro obiettivo era lodevole, ma le nostre debolezze umane, pur essendo dei 'cervelloni', inspiegabilmente, presero il sopravvento. Si cominciò a discutere per ogni più piccola sciocchezza, e alla fine non volarono soltanto parole grosse. Osservavo la situazione, e mentre cercavo di scansare qualche pesante oggetto che i contendenti si scagliavano contro, pensai che se ci eravamo riuniti per fare a botte, tanto valeva continuare a farlo alla luce del sole. Approfittando della confusione, mi allontanai dal salotto, non prima di aver detto agli altri che avevo bisogno del bagno, ma non credo si siano nemmeno resi conto della mia assenza, impegnati com'erano ad azzuffarsi. Litigare in alcuni casi poteva essere divertente, ma la mia curiosità verso il mistero e i segreti, era più forte di tutto. Secondo le informazioni da me raccolte, il tesoro di Garbury non doveva essere un oggetto che potesse interessarmi, ma essendo avvolto da tutta quella segretezza, pensai che controllare non sarebbe stata una cattiva idea. C'era anche la possibilità che il suo 'tesoro' fosse in realtà il Sacro Graal, poco probabile, ma non impossibile. Superai rapidamente alcuni corridoi, facendo attenzione a non far scattare nessun sensore, mi accorsi che c'erano delle telecamere prima che mi riprendessero. Tirai fuori dal mio zainetto un piccolo congegno capace di mandare il tilt il segnale visivo, per il tempo necessario a consentirmi di superare indisturbata la zona. Finalmente mi ritrovai di fronte ad una porta corazzata, nella parete accanto c'era un dispositivo di sicurezza dotato di scanner retinico: Garbury si era premunita contro ogni evenienza, constatai. Era necessario fare una piccola deviazione, dopo tutto quella del bagno non era stata esattamente una bugia. Una volta entrata, controllai negli scompartimenti dei mobiletti accanto alla specchiera, e trovai un paio di lenti a contatto: proprio quello che mi serviva. Chiamai Zip con il satellitare, e con il pc portatile gli mandai la scansione delle lenti, in modo che egli le potesse modificare. Una volta che l'operazione fu portata a termine, poggiai le lenti sui miei occhi in maniera tale che lo scanner retinico potesse riconoscerli come quelli di Garbury. Andò tutto bene: ero dentro la stanza del tesoro. Rimasi ferma all'ingresso, mi guardai intorno, non c'era nulla, nemmeno una sedia, al centro un supporto cilindrico con sopra le solite iniziali: GG. Possibile che Garbury non avesse previsto nessun altro tipo di allarme? Eppure in giro non c'erano sensori. Improvvisamente mi venne in mente che potevano esserci degli infrarossi, ma non avevo modo di visualizzarli. Cominciai a sentirmi frustrata, non mi andava di rinunciare proprio quando ero così vicina all'obiettivo, dovevo trovare una soluzione. Istintivamente misi una mano nella tasca dei miei pantaloncini: le sigarette! E poi dicono che fumare non serve. Ne accesi una e il fumo mi permise di vedere i fasci di luce degli infrarossi. Erano disposti orizzontalmente, di fronte a me e si muovevano su e giù con frequenza regolare. Mi sdraiai sul pavimento e strisciai sotto i raggi, nel momento in cui non potevano toccarmi. Nel frattempo, pensai che questo 'tesoro' doveva essere di valore inestimabile, se Garbury aveva pensato a proteggerlo così meticolosamente. Finalmente arrivai davanti al cilindro, mi rimisi in piedi, c'era un pulsante sotto le due "G". Lo premetti, sperando di non attivare qualche trappola mortale, ma poi ricordai che non ero all'interno di un tempio o di una tomba. Venne fuori un piccolo silos: il tesoro di Garbury era crioconservato! Lo aprii, e quando mi ritrovai a fissare il tesoro, spalancai gli occhi per la meraviglia, dopo di che ci fu spazio solo per la delusione. Il famigerato tesoro di Greta Garbury, altro non era che... le sue palle! Ed io che avevo fatto tutta quella fatica... per cosa? In quel momento, capii esattamente il senso delle parole di Garbury, quando disse che si era rinchiusa nel caveau per preservare i suoi gioielli, dai tanti rompi... ehm... scocciatori che c'erano in giro. Rimisi tutto quanto a posto, e rifeci il percorso a ritroso fino all'uscita della stanza del tesoro. Quando tornai in salotto, nessuno mi chiese niente, ma notai immediatamente che mancava qualche eletto. Non feci domande. |
IL'uscita
del caveau
L'esperienza del caveau poteva ormai considerarsi fallita, a parte me, la stessa Garbury e Farcita.di.perle, gli altri eletti erano tutti caduti giù come birilli, ad eccezione di Satuttolui che rimase come al suo solito, neutrale. Non restava che lasciare la dimora di Garbury, proprio come avevano fatto gli altri eletti, ma se pensate che l'uscita coincidesse con l'entrata, vi sbagliate di grosso. A tal proposito, vi racconterò un divertente aneddoto che risale a quando andò via Orazia Split. Garbury le chiese di seguirla, ella si avvicinò ad una statua poggiata sulla parete dietro il divano, raffigurante una dea dai lunghi capelli, con la mano sinistra sollevata e aperta (no, nessun dito alzato!), su cui la Diva poggiò il calice preso dalla credenza lì accanto. Si sentì uno scatto, e la statua si girò su se stessa aprendo un varco, le due donne vi sparirono all'interno. Noi altri restammo nel salotto, finchè non udimmo le urla di Orazia e la voce di Garbury che tentava di calmarla. Incuriositi, si precipitammo a raggiungerle, passando dalla piccola apertura lasciata dalla statua, si accedeva ad una piccola stanza con al centro un buco sovrastato da una ringhiera di ferro. Probabilmente all'interno vi era una scala, pensai. Ma la conversazione animata che si stava svolgendo tra Orazia e Garbury mi fece intuire che mi sbagliavo: Orazia: - No e no! Da qui non ci passo. Voglio uscire da dove sono entrata! Oppure non uscirò affatto. Ho una certa età e una serie di acciacchi, ne va della mia incolumità! - tuonò, visibilmente adirata. Garbury: - Ti ho già spiegato che non è possibile uscire di là. Non ti succederà niente. Ci è già passato il giovane Alienista, ed è ancora vivo e vegeto (purtroppo!). - fece la Diva tentando di convincerla. A quel punto mi avvicinai alla ringhiera e guardai all'interno del buco, mi resi conto che si trattava di un tunnel largo abbastanza da farci passare una persona (ma non Giuliano Ferrara!), però non si riusciva a vedere la fine di esso. I timori di Orazia erano comprensibili. Farcita.di.perle: - Non è possibile farla rimanere. La vecchia pazza deve andarsene! - disse in tono che non ammetteva repliche, mentre Chisselafuma e Lisaflop annuivano, quest'ultima sollevando il solito dito. Prima che la situazione degenerasse, intervenni io. Orazia andava presa con le buone: Lara: - Ascoltami, Orazia. Non ti succederà niente. Fidati di me! - le dissi in tono gentile, mentre mi avvicinavo con lei al tunnel. Orazia: - Come fai a saperlo? Ci sei mai passata? - mi chiese in tono disarmante. Mi auguravo che Garbury avesse previsto un atterraggio morbido, mentre raccontavo una bugia alla povera Orazia. Lara: - Certo! Un giorno sono uscita dal caveau di notte, Garbury mi aveva già mostrato la via. Avevo una questione urgente da sistemare. E come vedi, sto bene. - lei mi guardò ancora con un'espressione dubbiosa, poi spostò lo sguardo verso il fondo del tunnel e scosse la testa spaventata. Farcita.di.perle: - Oh, insomma! Quante chiacchiere! E vai! - non fece in tempo a finire la frase che diede un energico spintone ad Orazia, facendola precipitare giù. Si udì l'urlo disperato disperato della donna, poi... silenzio tombale. Lara: - Ma sei impazzita?! - Farcita fece spallucce, sorridendo beffarda. Chiamai più volte il nome di Orazia, ma non ricevendo risposta, dissi che sarei andata a vedere. Mi preparai per scendere dal tunnel, ma Garbury mi fermò, dicendomi che non era necessario. Si avvicinò alla parete alla sua sinistra ed estrasse un mattoncino, di lì venne fuori un piccolo schermo con il telecomando annesso. Garbury lo prese e accese il video. Si vedeva una stanza enorme piena di piume d'oca, di quelle che ci sono dentro ai cuscini, ma di Orazia nessuna traccia. Lara: - Perché non hai detto prima che era possibile vedere la fine del tunnel? - le chiesi leggermente accigliata. Garbury: - E rovinarmi così tutto il divertimento? - disse facendomi l'occhiolino. In quello stesso istante ci fu qualche movimento tra le piume, e finalmente Orazia riemerse, sputacchiandone via qualcuna, e cercando di togliersi quelle incastrate tra i capelli. In effetti la scena era piuttosto divertente, l'unica a non pensarla così era Orazia. Decisamente arrabbiata, prima di varcare la soglia del caveau, inveì contro Garbury avvisandola che avrebbe avuto notizie dai suoi avvocati. (continua) Lara Croft di Frammenti Nel prossimo numero La misteriosa "pattinatrice". |
POLPETTONE nona puntata - Vieni qua guagliò! Come ti chiami? - Micco... Domenico... Domenico Gargiulo. - Sei parente dello spadaro? - Veramente... sono il figlio. - Allora non sei giusto con la testa. Non ti piace fare il fabbro? - No... Io voglio fare quello che fate voi. - Allora proprio non sei giusto con la testa! Micco Spadaro... Suona bene. Magari nel 2000 i tuoi quadri saranno esposti a San Martino! Allora... Sai che devi fare? - Si? - Prendi quella scopa e fai una bella pulita a questa bottega. Fa troppo schifo per accogliere il grande Micco Spadaro! Il ragazzo sentì tutto il sangue affluirgli in viso... Era rosso fino alla cima dei capelli. Quest’uomo lo sfotteva... Poi ricordò come lui aveva trattato i nuovi arrivati nella bottega paterna e comprese che, se voleva restare, doveva subire: prese la scopa e si mise al lavoro. I primi tempi furono duri: era praticamente il servitore anche dell’ultimo apprendista. Gli affidavano gli incarichi più umili, senza mai permettergli anche di avvicinarsi alle tavolozze ed ai colori. Micco però stringeva i denti ed obbediva. Ormai sapeva quello che voleva e aveva giurato a se stesso che lo avrebbe ottenuto – Vedrete – Pensava – Micco Spadaro ve lo metterà in culo a tutti!.- In seguito, più per avere un aiuto che per insegnargli qualcosa, cominciarono a fargli pulire le tavolozze, a preparare le tele, a pulire i pennelli e, con sua somma gioia, a fargli mescolare e comporre i colori. I n quest’ultima attività fu Andrea che gli insegnò a mescolare la terra di Siena con l’ocra, a stemperare le varie composizioni fino a renderle brillanti ed uniformi. E fu sempre Andrea ad insegnargli a tenere in mano un pennello e che cominciò a dargli piccoli incarichi come, per esempio, colorare qualche sfondo. Osservando il suo maestro al lavoro, imparò la tecnica per dare l’impressione della prospettiva col solo uso dei colori oppure con le linee del disegno. Cominciarono anche a fargli fare qualche disegno ma, l’uso dei colori, per l’alto costo di essi, gli fu precluso ancora per molto tempo. Nel frattempo Micco aveva stretto amicizia con tutti: il suo carattere gioviale lo facilitava in questo e, d’altra parte, si trovava in un ambiente di giovani entusiasti come lui. Aniello Falcone lo trattava gentilmente, quasi con tenerezza paterna, anche se non interveniva mai nella sua formazione, che era affidata ad Andrea. Il giovane però sentiva di non essere completamente parte del gruppo e ne soffriva: molte volte si radunavano tutti nello studio del maestro, dove si intrattenevano a confabulare a lungo, lasciandolo in disparte. Egli si domandava il perché di tale esclusione: lo trattavano come un amico, gli dimostravano anche un certo affetto e poi lo lasciavano fuori della porta come se fosse stato l’ultimo degli estranei. Un giorno, approfittando del fatto che Andrea si era mostrato contento del suo lavoro e lo trattava con maggiore affettuosità del solito, si fece coraggio e gli domandò: - Andrea, secondo te, io sto facendo dei progressi o sto perdendo il tempo? - Lo vedi da te! Stai imparando velocemente e, un giorno, sarai un ottimo artista. - Ma... Quando ci vorrà ancora per essere considerato uno di voi? - Tu sei già uno di noi. Perché mi fai questa domanda? - Se sono uno di voi, perché mi lasciate fuori tutte le volte che vi riunite nello studio del Maestro? - Tu sei in gamba. Ma sei ancora un ragazzo. Quelle sono cose da uomini. Ancora per molto tempo Micco fu tenuto fuori dalle misteriose riunioni. Intanto acquistò una discreta tecnica e gli anziani cominciarono ad affidargli compiti sempre più impegnativi. Un pomeriggio ritornava alla bottega con due colleghi più anziani: erano stati alla Certosa di Sant’Elmo per eseguire alcuni lavori di restauro e, alla fine della laboriosa giornata, soddisfatti dei risultati ottenuti, come era consueto tra i giovani, procedevano ridendo e scherzando tra loro, inseguendosi e scappando a vicenda. La strada, che dalla certosa conduceva in città, era poco più di un viottolo, dove si |
alternavano tratti in ripida discesa a brevi tese di scale: era chiamata
via Pedamentina, forse per l’impossibilità dei carri a percorrerla Aiutavano a vincere il dislivello una serie di tornanti e, in alcuni punti, i giovani non potevano resistere all’impulso di fermarsi ad ammirare il panorama che vi si godeva. Tutta la città si stendeva ai loro piedi: racchiusa nelle massicce mura e, guardando da sinistra verso destra si stagliavano la mole della fortezza di Castelcapuano, l’imponente e terribile Castelnuovo, il palazzo reale, il castel dell’Ovo, costruito sull’isolotto di Megaride, e ancora, la grande spiaggia di Chiaia, lo scoglio di San Leonardo e la collina di Posillipo. Guardando il mare si era colpiti dal gradissimo numero di navi ancorate in porto, mentre centinaia di piccole imbarcazioni di pescatori percorrevano tutto il golfo, al limite del quale si vedeva chiaramente l’isola di Capri. I giovani erano degli artisti, quindi sensibilissimi a tale spettacolo e ogni volta si soffermavano a disquisire su quale sarebbe stata la migliore inquadratura e quali colori utilizzare per quel quadro che ognuno aveva in animo, prima o poi, di realizzare. Fu durante una di queste soste che si sentirono apostrofare in un misto tra napoletano e spagnolo: - Ehi voi! Cosa fate qui? Questa è zona militare! – Era una pattuglia di quattro soldati spagnoli, di guardia alla stradina in quanto da essa si accedeva alla certosa, ma anche alla fortezza di Sant’Elmo che dall’alto, con i suoi cannoni, dominava tutta la città. - Siamo artisti. Ritorniamo ora dalla certosa, dove abbiamo fatto dei lavori. - Questo lo dite voi. Ora ritornerete sopra con noi e vedremo se i monaci confermeranno quello che dite. I giovani non poterono che disporsi a seguirli e si stavano avviando quando uno dei soldati, guardando insistentemente il più anziano di loro, Cesare Fracanzano, esclamò ponendo mano alla spada: - Ma io ti conosco! Tu eri con quelli che ci assalirono in piazza del mercato la settimana scorsa! – Anche gli altri soldati posero mano alle armi e si strinsero minacciosamente intorno ai tre giovani. Una reazione non era da pensare: nessuno di loro cingeva la spada, solo Cesare e Giuseppe avevano dei corti pugnali. Micco non portava armi. I soldati però non intendevano fare prigionieri: un loro compagno era morto, la settimana prima in piazza del mercato, e volevano vendicarlo subito. Si avventarono quindi brandendo le spade sui tre malcapitati che saltando agilmente riuscirono a schivare i primi colpi. Micco trovò uno spiraglio tra due assalitori e scappò per la discesa inseguito da presso da uno dei soldati. L’inseguitore gli era ormai addosso, ma non tentava di colpirlo con la spada, evidentemente, vistolo disarmato, voleva catturarlo per prolungare il divertimento. Micco però, quando se lo vide addosso, si fermò improvvisamente accucciandosi a terra ed il malcapitato, inciampando nel suo corpo, finì rovinosamente al suolo in un assordante clangore di armatura e lasciandosi sfuggire la spada. Micco fu pronto a raccoglierla e, con un rapido colpo, quasi gli staccò la testa dal collo poi, stringendo l’arma insanguinata con tute e due le mani, ritornò di corsa verso i compagni, proprio mente Giuseppe cadeva ferito. Cesare era visibilmente in difficoltà: sanguinava da numerose ferite, fortunatamente superficiali, e con il solo pugnale, riusciva sempre più a fatica a schivare i colpi degli avversari. Era chiaramente sul punto di soccombere quando Micco giunse urlando e roteando lo spadone. I Soldati furono per un istante interdetti e si apprestarono ad affrontare il nuovo nemico: quell’istante bastò a Cesare per passare sotto la spada di uno di essi e, abbracciandolo strettamente col braccio sinistro, lo trafisse al fianco, in uno dei pochi punti vulnerabili lasciati scoperti dall’armatura. Poi, mentre ancora l’avversario stava afflosciandosi al suolo, si impadronì della sua spada. Da quel momento le sorti dello scontro cambiarono. I due giovani, senza l’impaccio delle armature erano molto più agili: Micco, preso da sacro furore, menava colpi alla cieca urlando e gettando scompiglio, mentre Cesare, freddo e calcolatore, parava abilmente i colpi degli avversari e, con micidiali "a fondo". penetrava puntualmente in tutti gli spiragli della loro difesa. Ancora pochi minuti ed anche gli ultimi due spagnoli giacevano nel loro sangue. Solitario.(continua al prossimo numero) |
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Vieni ache tu. Salta sul trenino dei confederati. | ||
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I Confederati |
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