Capitolo I

Desiderata

Piove incessantemente da ore. Il viottolo di campagna è diventato un torrente. Sul bordo, sotto un cespuglio di more, Desiderata si contorce nel fango come un animale ferito. I pochi capelli, ingrigiti anzitempo, incollati al viso, il corpo scheletrico malamente coperto dai brandelli di una vecchia tunica completamente inzuppata. I suoi lamenti sono ormai talmente flebili che non si sentirebbero a due passi di distanza.
Un fulmine squarcia il buio della notte e, con un frastuono che forse Desiderata nemmeno avverte, abbatte ed incendia una grossa quercia a meno di dieci passi da lei. Alla luce del fuoco, quel fagotto sussultante, sotto il cespuglio, si distingue appena. Desiderata sta partorendo... Ha sedici anni, e non vedrà il diciassettesimo.

Era nata nel giugno del 1612 da una pia coppia di fittavoli già avanti negli anni (Mimì trent'anni, e Tonia ventisei) che aveva invano atteso la nascita dei numerosi figli, indispensabili perché potesse rendere qualcosa la poca terra concessa loro in fitto dal signorotto locale.
Era già il terzo anno che non riuscivano a pagare le gabelle imposte dal barone e sapevano che, non appena questi avesse trovato qualcuno pronto a sostituirli, li avrebbe mandati via.
Un figlio sarebbe stato un piccolo raggio di speranza...
Ed invece eccola qui! Una femmina! Un animale senz'anima e senza cervello, che sarebbe stata meno utile di una capra o di una gallina!
La mala sorte si accaniva contro di loro! Nella lercia capanna, che condividevano con un vecchio asino e poche galline spelacchiate, la disperazione si poteva toccare... Il povero Mimì, dopo i primi attimi di smarrimento, si lasciò andare alle imprecazioni più colorite, finendo poi col prendersela addirittura con Nostro Signore.
Tonia, ancora distesa sul pagliericcio insanguinato, piangeva in silenzio.
Ma Mimì era un uomo pio, più che la rabbia del barone, temeva quella del Signore.
Non appena si fu calmato, si rese conto dell'enormità della sua colpa: Aveva bestemmiato!
La capanna cadde nel silenzio... Si sentivano a malapena i singhiozzi soffocati di Tonia.
Dopo alcune ore, era ormai l'alba, Mimì prese la sua decisione: Doveva espiare la sua colpa. Avrebbe allevato quella bestiola nel migliore dei modi e, a dimostrazione del suo sincero pentimento, l'avrebbe chiamata Desiderata.

La bambina crebbe sana e bella. Ad un anno guazzava allegramente nelle pozzanghere e, a tre anni, seguiva la madre nelle sue lunghe camminate per i campi, alla ricerca di erbe commestibili, tuberi o frutta, a seconda della stagione. Sgambettava scalza, seminuda e petulante, dietro la donna che, presa in cupi pensieri, le rispondeva con dei grugniti. Quando poi andavano a far legna nei boschi, si divertiva a saltellare in groppa all’asinello ed era bravissima a scovare i funghi più nascosti.
A cinque anni già si avventurava da sola nella campagna e ritornava carica di fasci di cicoria e rucola, o ricompariva con il viso tutto tinto di rosso e il cestino colmo di more.
A sette anni raggiungeva il vicino abitato di Antignano per vendere uova o un po’ di more da lei stessa raccolte dai cespugli lungo la strada.
Fu al ritorno da una di queste spedizioni che la sua vita cambiò.
Il piccolo piazzale di terra battuta antistante la capanna era deserto è silenzioso, non si vedevano galline razzolare, e il vecchio cane, che avrebbe dovuto correrle incontro, non c’era. Con il cuore stretto da un presentimento, avanzò lentamente verso la capanna: la piccola porta era socchiusa, spinse per entrare ma non si aprì: c’era dietro qualcosa che la bloccava.

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