Pasquale
Pasquale era un buon uomo.
Anzi, per essere più preciso, era un uomo buono:
rifuggiva da qualsiasi tipo di violenza e di
sopraffazione. Era il tipo, insomma, che non avrebbe mai
fatto male ad una mosca. Lui, infatti, non usava nemmeno
i soliti insetticidi: quando vedeva la sua casa invasa
dalle mosche, socchiudeva le imposte ed aspettava
pazientemente che le ospiti indesiderate andassero via,
in cerca di luce.
Figlio di un operaio tornitore, aveva imparato l'arte del
padre e lavorava in una grande azienda del nord. Viveva
in una casetta in periferia, ereditata alla morte dei
genitori e, a circa quarant'anni, era ancora scapolo, ma
non escludeva la possibilità di trovare un giorno
l'anima gemella.
La sua vita non era difficile ma questo non significava
che alcune cose non lo disturbassero. C'era troppa
ingordigia e troppa cattiveria al mondo: si costruiva
dappertutto a scapito del paesaggio e dell'equilibrio
idrogeologico, gli industriali sfruttavano indegnamente i
propri dipendenti, la sfortunata gente che giungeva da
paesi poveri e lontani, era trattata alla stregua di
bestie, i giudici sbattevano in galera e buttavano via la
chiave chi rubava una mela, ed erano indulgenti e
comprensivi con i potenti. Insomma era un vero schifo.
Fortunatamente, come sempre succede quando si tocca il
fondo, le cose cominciarono timidamente a cambiare:
piccole cose che però erano un chiaro segnale che
qualcosa si muoveva nel senso giusto. Nacquero i
movimenti ambientalisti, i sindacati dei lavoratori
cominciarono ad ottenere i primi risultati, si cominciò
a parlare d'accoglienza agli immigrati, si vide anche
qualche politico sotto processo.
Pasquale se ne rallegrò e cominciò a pensare che, in
fondo, avrebbe anche potuto fare dei figli: non sarebbero
vissuti troppo male.
Man mano che ottenevano qualche risultato i nuovi
movimenti prendevano vigore: quando fu regolamentata la
caccia egli, che non aveva mai visto un fucile da vicino,
fu contento. Tanti innocui e simpatici uccellini
avrebbero potuto volare felici. Poi si ottenne il divieto
di usare le bombe per pescare e, in seguito, una severa
regolamentazione della pesca si rivelò una valida
protezione dell'ambiente marino. Furono istituite delle
zone protette dove non si poteva nemmeno passare con la
barca.
Anche allora Pasquale fu contento: amava il mare ed i
suoi abitanti, anche se non disdegnava un bel piatto di
novellame fritto al punto giusto.
I lavoratori si videro riconosciuti una serie di
sacrosanti diritti e lasciarono la bicicletta per
l'utilitaria.
Questi innegabili progressi raccolsero intorno ai loro
sostenitori un largo consenso e, finalmente, il mondo dei
buoni cominciò ad avere voce in capitolo, fino a
riscuotere, nel tempo, un largo consenso popolare e,
finalmente, a vincere le elezioni politiche.
Dopo tanti anni di lotte, non sembrava vero, ai nuovi
eletti, di poter realizzare tutte le cose che avevano
sognato invano: era il trionfo della bontà.
Le opere megagalattiche programmate dalle precedenti
amministrazioni furono annullate, a tutto vantaggio del
paesaggio. Prima i ricchi, poi le persone semplicemente
agiate, e poi tutti gli altri, furono ferocemente tassati:
i conti pubblici furono citati ad esempio da tutte le
nazioni civili. Il "posto fisso" diventò un
diritto e fu tassativamente vietato il lavoro precario od
occasionale. L'accoglienza agli immigrati fu il fiore
all'occhiello della nuova classe dirigente: eliminati i
centri d'accoglienza, si organizzarono servizi di linea
che prelevavano gli aspiranti migranti nei loro paesi
d'origine, tutto a spese dello stato. Una volta a
destinazione, si assegnava ad ognuno una pensione ed una
casa.
La giustizia poi diventò finalmente giusta: si
processarono tutti i componenti dei governi precedenti,
furono chiuse le carceri e incentivati i centri di
riabilitazione, dove chi avesse voluto, sarebbe stato
riabilitato in tre mesi.
Pasquale era felice: il nuovo governo era instancabile ed
ogni giorno che il Signore mandava in terra, partoriva
nuove leggi umanitarie.
Quando furono vietati gli allevamenti di animali a scopo
di alimentazione, non collegò al provvedimento la sua
bistecca al sangue o l'orata al forno, pensò solo:
"Era ora di intervenire in difesa di queste povere
bestie".
Poi, un brutto giorno, si trovò senza lavoro: l'azienda
cui aveva dato vent'anni della sua vita fallì. Per nulla
scoraggiato pensò: "Sono un lavoratore qualificato,
con la mia specializzazione troverò subito un'altra
occasione".
Solo allora si accorse che moltissime aziende avevano
chiuso e riaperto i battenti fuori dello stato. Pasquale
però non si scoraggiò, aveva voglia di lavorare e non
si sarebbe fermato nemmeno davanti al più umile dei
lavori.
Purtroppo quelli come lui erano tanti e lavoro non ce
n'era: chi ne aveva avuto la possibilità era, da tempo,
andato via dal paese. Le case dei ricchi c'erano ancora,
ma desolatamente vuote e fatiscenti.
Non potendo più pagare l'ICI sulla sua casetta ne fu
sfrattato con procedura d'urgenza: nuovi immigrati
arrivavano e bisognava sistemarli.
Pasquale ci restò male ma si consolò: "Questa
povera gente ha più bisogno di me
"
Si sistemò sotto un ponte, accolto affettuosamente da
una comunità di barboni buoni come lui. Il cibo,
fortunatamente, non mancava: aveva imparato a fare come
gli altri, catturava i grossi ratti, che abbondavano
dappertutto, e li arrostiva su un fuocherello di
spazzatura acceso accanto al fiume. Gli dispiaceva dover
uccidere quello povere bestie, ma non aveva scelta.
Una sera, era particolarmente contento perché era
riuscito a rimediare un paio di scarpe quasi nuove
togliendole ad un cadavere, era accanto al fuoco
pregustandosi il succulento topo che arrostiva
lentamente, quando avvertì un violento colpo alla testa
ed intravide un grosso uomo di colore (non avrebbe mai
detto negro) che mormorava: "Mi dispiace amico
"
Il suo ultimo pensiero fu: "Qualcosa non ho capito
"
Napoli, 26 maggio 2006
|