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Capitolo I
Gli albori
Non sono mai stato uno
studente brillante. Superai le scuole medie senza aprire un libro, solo
seguendo le lezioni in classe. Il mio tempo lo dedicavo a sognare ad
occhi aperti, ed a leggere fumetti per notti intere: l'Uomo mascherato,
Mandrake, Dik Fulmine, erano i miei eroi. Poi scoprii "I tre
moschettieri", "Vent'anni dopo" ed "Il conte di Montecristo".
Dopo la licenza media mia madre mi disse che il proseguimento dei miei
studi sarebbe stata una scelta obbligata: mio padre, col suo stipendio
di impiegato in una ditta privata, non ce la faceva a mandare avanti la
famiglia, non sarebbe stato possibile mantenermi molto a lungo agli
studi: era indispensabile che mi mettessi al più presto in grado di dare
una mano. Il liceo e la successiva indispensabile università non erano
alla nostra portata. Dovevo iscrivermi a ragioneria, in modo che, dopo
cinque anni, sarei stato in grado di trovare un impiego e contribuire
alle spese della famiglia.
I primi anni a ragioneria furono un vero disastro: le materie non mi
interessavano, odiavo l'idea di fare il ragioniere e, oltretutto, non
era più sufficiente seguire le lezioni in classe. Avrei dovuto studiare.
Passavo ore alla scrivania
leggendo pagine e pagine con la mente altrove, col risultato di perdere
tempo e non imparare niente.
In seconda ragioneria fui
respinto ed avrei dovuto ripetere l'anno. In famiglia fu una vera
tragedia: si allontanava il tempo in cui avrei portato un po' di soldi.
Fu allora che, non reggendo alla tensione, scappai di casa.
La mia fuga non durò più di mezza giornata: vagavo senza meta per le vie
della città, quando mio padre, sceso da un tram in corsa, mi raggiunse,
mi prese fermamente per un braccio e mi ricondusse a casa.
Dopo qualche giorno il
buon uomo mi disse: - va bene, visto che di studiare non sei capace,
dovrai imparare un lavoro: in casa nostra non c'è posto per chi non
produce e non s'impegna.-
Del mio periodo da apprendista falegname non ricordo molto: mi è rimasta
solo una sensazione di disagio: non mi piaceva spazzare segatura e
reggere pezzi di legno, e non mi piaceva imparare un lavoro che non
desideravo e non capivo.
Alla fine dell'estate affrontai mio padre e gli chiesi di poter
ritornare a scuola, gli promisi che mi sarei impegnato seriamente e che
avrei preso il diploma: meglio ragioniere che falegname.
A scuola trovai un ambiente
diverso: nuovi compagni, nuovi professori...
Il mio status di ripetente mi poneva in una strana situazione: i
secchioni mi snobbavano, ma gli altri mi guardavano con un misto di
curiosità e di interesse.
Sedevo al penultimo banco e presto mi feci nuovi amici tra i più anziani
e più rispettati. E poi... Era una classe mista: c'erano ben otto
femmine, e nessuna mi snobbava.
Non erano bellissime, ma una mi sembrava un angelo sceso in terra: si
chiamava Luciana, aveva dei meravigliosi capelli biondi ed occhi azzurro
cielo che mi incantavano. Portava uno strano cappotto di pelle di
pecora: alla fine delle lezioni mi precipitavo all'attaccapanni per
poterlo prendere per primo e bearmi del suo sorriso quando, nella
confusione generale, glie lo porgevo.
Mi misi anche a studiare e,
senza diventare una cima, cominciai ad ottenere voti accettabili.
Il nuovo professore di italiano e storia era un uomo eccezionale: amava
le sue materie e me le fece amare. Purtroppo le materie professionali
rimasero per me molto ostiche: appena sufficiente in ragioneria e
diritto, ero una frana completa in chimica ed in matematica finanziaria
che per me era peggio dell'arabo. Mi salvai solo grazie all'incompetenza
(o al menefreghismo) dell'insegnante, che non si accorgeva che i miei
compiti erano interamente copiati e che, alle interrogazioni, ci
chiamava in quattro per volta e poi metteva sempre sei a tutti e
quattro.
E fu questo anche periodo
delle mie prime esperienze con l'altro sesso:
Luciana la amai perdutamente, ma si era stabilita con lei un'amicizia ed
una tenerezza che durò fino al diploma e che non ebbi mai il coraggio di
mettere in pericolo dichiarandole il mio amore.
Annamaria, che abitava nel mio palazzo, con la quale scambiavo baci
appassionati, ma non me la sentivo di impegnarmi seriamente.
Antonietta, che mi iniziò ai piaceri del sesso e seguì il mio sviluppo
dai quattordici anni alla maturità.
In quel periodo ci furono tantissime altre ragazze, ma nessuna
particolarmente significativa: di molte non ricordo neppure il nome.
Ora mi si potrebbe dire:
"Che c'entra tutto questo con una vita da precario?". E' vero non
c'entra niente, ma io credo che la maggior parte delle scelte che si
fanno nella vita sono la diretta conseguenza degli anni della formazione
culturale e del carattere.
D'altra parte, sto scrivendo le mie memorie e scrivo quello che mi
ricordo!
Non posso scrivere le mie memorie? Perché? Perché non sono un generale
in pensione? Beh... Non sono un generale, ma sono in pensione e le
scrivo lo stesso: non è obbligatorio leggerle.
Sto divagando... Ma è una
prerogativa degli anziani... Abbiate pazienza.
Quando, tra giugno e settembre, ottenni il desiderato diploma, spedii le
solite domande a mezzo mondo ma, mentre molti miei amici si sistemavano
in banca o presso grandi aziende, io non fui chiamato nemmeno per un
colloquio: qualche cortese risposta (terremo presente ecc.) e poi il
nulla assoluto.
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