Capitolo IX

Ci risiamo.


Qualche problemino c'era.
La qualità del prodotto non era stabile: bastava un componentre elettronico non perfetto per comprometterne la funzionalità o una ritardata consegna per causarci problemi. L'azienda era piccola e non era in grado di acquistare i componenti direttamente alla fonte: questo non ci dava molto potere presso i fornitori, che non erano altro che importatori.
Inoltre mi resi conto che non si acquistava presso chi aveva il prodotto migliore ma ci si rivolgeva a chi ci faceva più credito.
La nostra assistenza tecnica però funzionava abbastanza bene e riuscivamo a far fronte con sollecitudine alle proteste della clientela.
I soldi comunque giravano ed i margini erano abbastanza alti.
Un'accorta politica degli acquisti sarebbe stata indispensabile ma, purtroppo, si continuò ad agire in modo approssimativo.
Il titolare, come ho detto un ottimo ragazzo, cominciò a sentirsi un imprenditore di successo, e cadde nella tentazione sempre in agguato di chi, per la prima volta, vede cirolare un po' di soldi: si comprò una grossa BMW, la casetta la mare, si fece l'amante fissa.
Un ritardo nelle consegna di alcuni componenti ci portò ad un momentaneo blocco degli incassi, alcuni pagamenti furono troppo ritardati e ci causarono la perdita del fido da parte di importanti fornitori.
Una fornitura di componenti troppo economici causò seri problemi alla produzione e non fummo in grado di sostituire i prododotti difettosi. Insomma, per farla breve, giungemmo ad un blocco totale dell'attività.
Quando finalmente il nostro capo si decise a mostrarmi la situazione contabile, mi resi conto che eravamo sull'orlo del fallimento.
Gli consigliai di contattare tutti i fornitori e, parlando apertamente, chiedere a tutti una lunga dilazione continuando a fornirci per contanti. Ritenevo che nessuno avrebbe avuto interesse ad affossarci, ma non volle ascoltarmi.
Intanto i nostri agenti, stanchi di correre dietro ai problemi senza un prodotto da vendere e senza guadagnare, cominciarono ad allontanarsi, distruggendo quello che avevo faticosamente creato in anni di lavoro.
Quando mi resi conto che la situazione era irreversibile, ebbi un franco colloquio con il titolare: in quel momento per l'Azienda ero solo un peso e, secondo coscienza, dovevo andarmene. Dovevo ancora ricevere un paio di stipendi arretrati ma gli dissi che vi avrei volentieri rinunciato ed avrei fatto a meno anche della liquidazione, che sapevo non era in grado di pagare. Gli chiesi solo di lasciarmi, fino a quando fosse stato possibile, l'uso della macchina che mi era stata a suo tempo affidata, in quanto mi sarebbe stata utile per organizzarmi un nuovo lavoro.
E fui di nuovo un libero disoccupato.

Che fare?
Il mercato richiedeva un certo prodotto, c'erano tre bravi venditori allo sbando...
Li chiamai ed esposi loro il mio programma: avremmo potuto fondare una piccola società e, tra i tanti produttori di gruppi di continuità, trovare una rappresentanza per la Campania e, magari, anche per il Lazio.
Con pochi soldi a testa, creammo una s.r.l., dopo aver coinvolto anche un'altro collega, che era un ottimo tecnico ed avrebbe potuto occuparsi dell'assistenza. In effetti eravamo in cinque e, ognuno di noi, ebbe il 20% delle quote.
Trovammo il locale adatto a contenere un piccolo deposito con annesso laboratorio ed iniziammo a contattare le aziende che ci sembravano più interessanti.
Quando fummo convinti di aver individuato quella giusta, cominciammo a darci da fare visitando la nostra vecchia clientela.
Naturalmente il successo di vendite fu immediato, tanto da sbalordire i dirigenti della società mandante (una grossa multinazionale): non avevano mai venduto, in un anno, quello che noi vendevamo in un mese!
Furono un paio d'anni vissuti euforicamente sull'onda del successo.
I problemi iniziarono quando l'azienda diventò abbastanza solida ed i soci (tutti molto giovani) cominciarono ad essere impazienti: mal sopportavano il pugno di ferro con cui ritenevo di dover amministrare. Volevano partecipare, forse giustamente, a tutte le decisioni che pensavo di dover prendere da solo. Tentai in tutti modi di ricondurli a quella che per me era la ragione, fino a quando, visti inutili i miei sforzi, decisi di uscire dalla società e di trasferirmi a Roma, dove avrei organizzato, per conto mio, una struttura simile, che avrebbe fatto lo stesso lavoro nel Lazio.
Fu così che giunsi a Guidonia, a dieci chilometri dalla capitale, affittai una villetta ed iniziai a lavorare. Prima da solo, poi l'aiuo di una segretaria, ed in seguito, anche con un venditore.

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