Ricordi di guerra.



Non vi aspettate epici racconti di eroiche gesta, di battaglie, o sanguinosi scontri. Quelli che leggerete sono i ricordi di un bambino di sei/sette anni che visse la guerra come qualche milione di coetanei, forse meglio di tanti altri.
La prima delle sue fortune fu quella di avere un padre con un occhio solo, menomazione che lo salvò dal servizio militare e che gli permise di rimanere a proteggere la sua famiglia e, per quello che poteva, quelle di fratelli e cognati andati in guerra.
Quel bambino, naturalmente, ero io.
Il primo ricordo è quello dei bombardamenti inglesi. Arrivavano puntuali, dopo l'allarme, giravano a lungo sull'obiettivo e difficilmente lo sbagliavano.
Noi abitavamo all'ultimo piano di un vecchio caseggiato nel centro storico e, per metterci al sicuro, ci trasferivamo al primo piano, da amici che ci accoglievano di buon grado quasi tutte le sere, dopo cena.
Ricordo un enorme cavallo a dondolo nell'ingresso, che era la mia passione. Il padrone di casa organizzava, nel soggiorno, la proiezione di cartoni animati, spesso disturbati da Giuseppe, di un anno più piccolo di me, che se contrariato per qualcosa, si metteva in piedi sulla sua sedia intercettando il fascio di luce del proiettore.
Questo fino a quando cadde la prima bomba su di un palazzo del nostro quartiere, sventrandolo fino alle fondamenta.
Fu allora che ci trasferimmo in una grande casa nel rione Sanità: eravamo più lontani dal porto e vicinissimi all'ingresso delle enormi grotte che si aprivano sotto Capodimonte, da sempre utilizzate come stalle per cavalli e rimesse per i "carrettoni", che erano dei grandi carretti a quattro ruote, trainati da due o quattro cavalli e venivano utilizzati per i trasporti (una specie di tir di quei tempi).
Sotto quelle grotte mio padre organizzò una specie di seconda casa, con brandine pieghevoli ed un fornelletto a spirito, per riscaldare la pappa della mia sorellina minore.
Ricordo ancora l'odore di umidità e di stallatico che si sentiva entrando.
Quando suonavano le sirene dell'allarme venivo strappato dal calduccio del letto e, in fretta e furia, si correva al ricovero.
Lo spettacolo che si vedeva dagli ampi finestroni del palazzo mi incantava: mi fermavo a guardare il cielo solcato dalle luci dei riflettori, illuminato dagli scoppi delle granate e dai proiettili traccianti.
Dovevano tirarmi via a forza. Poi, una volta al sicuro, mi riaddormentavo sulla mia brandina, avvolto in coperte militari procurate chissà come, fino al cessato allarme, quando venivo svegliato di nuovo, per ritornare a casa nel mio letto.
E, se in una notte accadeva una volta sola, era una notte fortunata.

Mio padre però era troppo preoccupato per la nostra incolumità e decise di "sfollare". Trasferire cioè la famiglia in qualche paesino lontano dagli obiettivi militari.
Scelse una frazione di Aversa, in provincia di Caserta, dove il comandante della locale stazione dei carabinieri, che era un amico, convinse una famiglia di agricoltori ad ospitarci.
Il mio primo impatto con la campagna fu disastroso: quando scesi dal camion che ci aveva portato, affondai col piede e tutta la gamba nel fango (un elemento che vedevo per a prima volta!) e, nel tentativo di liberarmi, estrassi la gamba lasciando sepolta la scarpa…
Rimasi così a piangere, su un piede solo, fino a che vennero a liberarmi.
La casa era su due piani e si sviluppava tutta intorno ad un grande cortile. Ci vennero assegnate una camera da letto al primo piano, alla quale si accedeva da una balconata esterna, alla fine della quale era un piccolo gabinetto, ed anche una stanza al piano terreno che, per più della metà, era occupata da un granaio.
Non disponevamo di una cucina, ma mio padre aveva procurato una fucina, un fornello da fabbro che andava a carbon coke, con una manovella di lato che bisognava girare per soffiare sul fuoco.
Girare quella manovella fu il mio primo compito importante.
Fu quello però il periodo in cui, fuori dalle mura di un appartamento di città, incontrai la vita.
La stessa sera del nostro arrivo incontrai il dialetto.
Mia madre, che stava cucinando qualcosa, mi disse:
- Va dalla signora Giuseppina e chiedi se ha un po' di prezzemolo.-
La contadina era in una grande cucina proprio a fianco al nostro granaio e, felice di rendermi utile, obbedii.
La donna non mi capiva e, dopo avermi fatto ripetere la mia richiesta fino alle lacrime, venne da mia madre:
- Signò, ma che vo' stu criaturo? Io nun 'o capisco: dice "prezzemolo"…
- O petrusino, signò, 'o petrusino…
- Ah… 'o petrusino… Chillo diceva prezzemolo… Cumme parla strano.. Viene piccirì, che te ne dongo quanto ne vuò!
Fu così che il mio vocabolario si arricchì della prima parola dialettale: 'o petrusino.

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