Trovavo tutto nuovo e meraviglioso. I miei coetanei, per me, erano un pozzo di scienza. Nelle nostre scorrerie per le campagne mi indicavano il nome di ogni pianta, mi insegnarono a fare le sigarette con la carta di giornale e le foglie secche, mi spiegarono i misteri del sesso con la naturalezza e la semplicità che solo dei ragazzini cresciuti tra gli animali potevano avere. Mi procurarono anche un piccolo shock, quando mi rivelarono che la befana non esisteva.
Anche il vitto fu una sorpresa piacevole. Ormai ero abituato alle sbobbe che mia madre preparava con quel poco che si riusciva a reperire in città: il pane nero e duro fatto con la crusca e con chissà quali altri ingredienti strani, la polenta, il castagnaccio, le zuppe di fagioli di cui aveva fatto grandi scorte, in previsione dei tempi duri che sarebbero arrivati.
In campagna, invece, grazie alla previdenza di mio padre che, insieme con i fagioli, aveva fatto provviste di olio ed altre cose, si riusciva a mangiare quasi bene: mia madre barattava con i nostri ospiti qualche bottiglia di olio o di liquore contro farina, pane fatto in casa, frutta, ortaggi e, a volte, anche qualche pollo.
Quando poi uccidevano il maiale c'era sempre qualcosa anche per noi.
La signora Giuseppina si era affezionata a me e, ogni volta che faceva il pane, infornava apposta "po' piccirillo" una piccola pagnotta o qualche biscotto.
Anche il vecchio marito Bartolomeo, chiamato in paese compa Martummeo all'uorto (compare Bartolomeo all'orto), mi voleva bene: mi chiamava Lorenzo perché gli ricordavo il figlio che era in guerra. La sera mi faceva sedere accanto a sé nella grande cucina vicino al camino, chiacchierava con me e pretendeva che bevessi, incurante delle proteste della moglie, un ottimo vino bianco appena salito dalla cantina: il famoso asprino.
C'era anche una figlia sposata, Maria, che viveva col marito in un'ala della casa, ed altre due figlie, Adelaide e Nunziatina, tutte e due in età da marito. Purtroppo la tradizione voleva che sposasse per prima la figlia maggiore e la povera Nunziatina, fidanzata da dieci anni, era sempre in attesa che la sorella trovasse un pretendente.
Queste abitudini del luogo scandalizzavano parecchio mia madre che già mal sopportava il fatto che, la domenica in Chiesa, le donne dovessero sedere da un lato della navata e gli uomini dall'altro.
Io però ero orgoglioso di sedere con gli uomini.

La guerra sapevamo bene che c'era, ma non la vedevamo: Nessun bombardamento e nessun militare in giro.
Una mattina vidi dal cortile due caccia impegnati in un duello, ma non riuscii a sapere come finì, perché mi trascinarono al coperto dicendo: "Quelli non stanno certo a guardare dove sparano!".
Mio padre andava regolarmente a lavoro tutte le mattine e si alzava prestissimo perché doveva andarci in bicicletta; naturalmente la sera ritornava molto tardi. Lui la guerra la vedeva bene: ricordo che una volta ritornò a casa a tarda notte, con gli abiti ed il viso completamente ricoperti di una polvere bianca e macchiati di sangue rappreso. Era venuto fuori per miracolo da un edificio bombardato e, in quelle condizioni, dopo un pomeriggio trascorso scavando con le mani tra le macerie, per tirar fuori morti e feriti, si era fatto, pedalando al buio, i chilometri che lo separavano da noi.
La bicicletta ed i carri a trazione animale erano gli unici mezzi di trasporto possibili. Biciclette per bambini in quel paese non esistevano ma, in cambio, ce n'erano dappertutto di quelle per adulti.
I bambini del posto ci andavano in piedi sui pedali, infilando una gamba attraverso il telaio, ed imparai a farlo anch'io.
Quasi tutte le mattine Bartolomeo ed il genero Luciano (detto Ciacione) Andavano a lavorare nell'orto con un carro ('o traino) tirato da un bue. Spesso mi portavano con loro e, per me, viaggiare su quel carro era una straordinaria avventura. Si percorreva una strada di campagna procedendo con le grandi ruote in due profondi solchi scavati nello sterrato da tutti i passaggi precedenti. Il bue si conduceva solo con una corda legata alla base delle corna, ma conosceva la strada e faceva tutto da solo. Chiedevo sempre di guidare io e me lo lasciavano fare. Tanto, per quanto potessi urlare e strattonarlo, lui non si lasciava deviare… Ricordo che una volta in cui non ci dovevamo fermare all'orto ma andare in un campo più lontano, ci vollero gli sforzi congiunti dei due contadini per non farlo girare nella solita stradina.

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