Sette Settembre.
Una data che non dice niente:
nessun anniversario, nessun compleanno, nessuna scadenza
Eppure mi ricorda qualcosa
Ho la sensazione che si
riferisca a qualcosa di piacevole, ad un tempo felice
Ma molto lontano
Mi arrovello inutilmente: sono sempre più sicuro di non
sbagliarmi. Eppure, la mente dei vecchi ricorda molto più
facilmente il lontano passato che non il recentissimo
presente
Poi, finalmente, un lampo: Piedigrotta! Ecco cosera!
Ora i ricordi si affollano tutti insieme: La mente
ritorna a cinquanta anni fa, quando ancora esisteva questantica
festa popolare napoletana. La guerra era finita solo da
qualche anno, leconomia cominciava a riprendersi, e
la gente, che finalmente mangiava tutti i giorni, era
ansiosa di divertirsi e dimenticare i dolori e le
sofferenze patite.
Anche nella mia famiglia latmosfera era cambiata:
mio padre, semplice impiegato, godeva della ripresa
economica ricevendo tutti i mesi lo stipendio dallazienda
che finalmente prosperava.
Ricordo che, destate, affittavamo una casetta ad
Ercolano per fare i bagni e per far cambiare aria ad una
delle mie sorelle, che soffriva di una fastidiosa
febbricola dorigine reumatica.
Si partiva, col camion della ditta, verso metà giugno,
appena chiuse le scuole, e si ritornava ai primi dottobre,
alla riapertura delle medesime. Mio padre intanto faceva
il pendolare con il trenino della Circumvesuviana.
Però, per i tre o quattro giorni che durava la festa di
Piedigrotta, si ritornava tutti a Napoli.
Abitavamo in un quartiere popolare: un vicolo del rione
Sanità, in una grande casa al terzo piano. Mi sembra
ancora di risentire il chiasso che entrava da tutte le
finestre spalancate: il popolo napoletano, già chiassoso
per carattere, in quei giorni superava se stesso. Le
donne si apostrofavano da un basso allaltro con
facezie e fantasiosi sfottò, e i bambini, tutti ma
proprio tutti, e sopratutto tanti, erano muniti di
multicolori trombette di cartone, e correvano per i
vicoli soffiando a perdifiato nei loro micidiali
strumenti.
Alcuni di loro erano di pelle stranamente scura, o
addirittura nera, ma nessuno ci faceva caso.
La sera ci si riversava per la strada, tutti in cammino
nella stessa direzione: Attraverso via Toledo (In verità
ora si chiama via Roma, ma i napoletani non hanno mai
accettato questa novità) si raggiungeva la riviera di
Chiaia, per terminare il festoso pellegrinaggio a
Mergellina, alla Chiesa della Madonna di Piedigrotta.
Queste strade diventavano un fiume in piena di una folla
gioiosa e vociante, il suono monocorde delle trombette
era ossessivo. Tutti erano rigorosamente muniti di
coriandoli, stelle filanti, lingue di menelicche e scopettini.
I coriandoli si gettavano continuamente su tutti i
passanti. Il divertimento di noi ragazzi era di riuscire
a centrare in bocca, con una manciata di coriandoli, le
persone che parlavano o ridevano, o di far trasalire i
distratti allungandogli davanti al naso la lingua di
menelicche.
Lo scopettino era formato da una cannuccia lunga circa un
metro, che aveva, ad unestremità, un mazzetto di
strisce di carta multicolori a mo di scopa. Si
agitava in faccia alle persone, come per ripulirle dai
coriandoli. In caso di necessità, impugnato nel verso
contrario, diventava unefficace arma di difesa.
E poi cera il coppolone.
Il coppolone era un grande cono di cartone legato per il
vertice allestremità di una canna lunga quattro o
cinque metri. Il divertimento consisteva nel calarlo, da
una certa distanza, in testa allignaro passante
che, allimprovviso, si trovava immerso nel buio.
Del coppolone esisteva anche una versione col solo filo
di spago, ed era usato dai balconi e dalle finestre dei
piani bassi delle case.
La meta della nostra famiglia era proprio uno di questi
balconi: il deposito di un amico farmacista, da cui si
poteva ammirare la festa e, soprattutto, il passaggio dei
carri allegorici e della cavalcata. Ogni
carro rappresentava una canzone, e la cavalcata era una
spettacolare parata di cavalieri in costume dellesercito
borbonico, seguita per tutto il percorso da un codazzo di
scugnizzi schiamazzanti.
La festa si chiudeva, lultimo giorno, con i fuochi
a mare, un grandioso spettacolo pirotecnico che,
numerosi fuochisti in gara tra loro,
offrivano da zatteroni ancorati nel golfo, di fronte alla
via Caracciolo.
La gente, da terra, osservava incantata queste
straordinarie esibizioni, che il riverbero nel mare
calmissimo rendeva ancor più meravigliose, ed applaudiva
ai fuochisti più bravi.
Io non scorderò mai quella volta che, con un gruppo di
amici, mio padre ci condusse a vedere i fuochi dal mare:
fu una notte di sogno, per me quindicenne che già subivo
il fascino del misterioso ambiente marino.
Ci imbarcammo tutti su di un grande gozzo da pesca e,
condotti da un amico pescatore, Ciccio o russo
(che da allora elessi a mio miglior amico), ci andammo ad
ancorare in una posizione strategica, da dove ci godemmo
lo spettacolo dei fuochi, sgranocchiando taralli nzogna
e pepe, bevendo birra gelata presa da un mastello pieno
di ghiaccio, e succhiando, direttamente dalle valve,
centinaia di cozze, ancora vive, che si contraevano
vivacemente a contatto del succo di limone di cui le
aspergevamo prima di sacrificarle alla nostra estrema
goduria.
Ora le cozze crude non si possono più mangiare (si
rischia come minimo un colera) ma, se dovessi decidere di
lasciare questo mondo, lo farei certamente su una
barchetta, ingoiando cozze vive fino a scoppiarne.
Che dire ancora? I tempi sono cambiati, la gente è
cambiata, ripensare a queste cose è solo sterile
malinconia di un vecchio rinco, che si crogiola nel
ricordo di o popolo e na vota
e
delle cozze crude.
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