Vista dallo spiazzo sembrava una lunga e bassa costruzione di pietra viva ricoperta da un tetto. Vi si accedeva per una porticina in fondo, che il mio accompagnatore aprì con una di quelle grosse chiavi che si usavano una volta.
La prima stanza doveva essere stata una cucina, sulla sinistra c’era ancora un piccolo camino con una data scolpita nella pietra: 1815!
Di fronte alla porta c’era una finestrella con le imposte di legno in buono stato, evidentemente montate in epoca successiva. La aprii facilmente e rimasi incantato: sotto di me si apriva tutta la vallata, migliaia di ulivi, interrotti da piccole e rade case isolate, scendevano dolcemente verso il fondo, dove passava una ferrovia che, vista da lassù, sembrava un giocattolo. Più avanti ancora tanto verde e poi, alla fine, il mare.
Alla sinistra dell’ingresso si entrava in un’altra grande stanza, con la solita finestrella sul panorama e in fondo, sempre sulla stessa linea, ancora un altro locale uguale.
Il soffitto, di grosse travi in legno, lasciava intravedere diverse aperture attraverso le quali entrava il sole, ed i pavimenti, rivestiti in piastrelle screpolate, richiedevano una discreta dose di incoscienza per essere calpestati, avvallati e malsicuri com’erano.
La casa, contrariamente a come sembrava, era di due piani, ma essendo costruita sul fianco della collina, aveva tutti e due i piani al livello del suolo: dalla parte in alto si entrava nell’abitazione e, dalla parte bassa, nelle stalle.
Anche davanti alle stalle si apriva un largo spazio che, dalle porte delle stalle giungeva, dopo una trentina di metri ad una folta siepe di fichi d’india, al di sotto della quale, la collina ricominciava a digradare con una pendenza abbastanza lieve.
Sul lato desto della casa un vialetto in cemento, costeggiato da una fila di porcili, permetteva la comunicazione con le stalle.
Nella parte superiore, sull’angolo, una vite secolare il cui tronco un uomo non sarebbe riuscito ad abbracciare, formava un grosso groviglio che un tempo era stato un pergolato.
Nella parte inferiore un grande gelso aveva sparso i suoi frutti al suolo tutt’intorno.
Al momento non potei rendermi completamente conto della varietà di piante che crescevano su quel terreno, vidi solo tanti ulivi ed alcune viti, perché l’erba, non tagliata da anni, aveva reso la zona impraticabile. Mi accontentai quindi della parola del venditore: - Ci sono peri, meli, ciliegi, fichi, albicocchi, aranci… In fondo c’è anche un grande noce… e tre pozzi. –
Ritornando in ufficio mi forzai di soffocare la mia esaltazione: - Che stupidaggine – Mi dicevo – Ti pare che, con questi chiari di luna, mi vado a comprare una terra? – Il mio essere razionale considerava una cosa del genere una vera pazzia. Mi rituffai nel lavoro e non ci pensai più.
Fino a quando non ricevetti, alcuni giorni dopo, una telefonata:
-Don Vincenzo?
-Si… Chi parla?
-Sono Antonio… di Agropoli… Non vi ricordate di me?
-Si… certo… mi ricordo… avrei dovuto chiamarvi… vi chiedo scusa…
-Allora questo affare… lo volete fare? Io ho altre proposte…
-Si avete ragione, vi chiedo ancora scusa… Ma vendete liberamente… Io non posso comprare…
-Non vi è piaciuta la proprietà?
-Si… Mi è piaciuta ma… non me la posso permettere.
-Ma no! Se vi è piaciuta il resto si risolve. Il prezzo si può rivedere, e poi… non è che i soldi me li dovete dare tutti insieme… Troviamo una soluzione comoda. Domani vi vengo a trovare e ne parliamo da vicino.
-Non voglio farvi perdere tempo…
-Non vi preoccupate: io devo venire a Napoli per altre cose… Non me lo volete offrire un caffè?
-Va bene, d’accordo. Ci vediamo domani.

E fu così che mi ritrovai proprietario terriero

2

Vuoi comunicare un commento, un suggerimento, una critica? Clikka QUI

indietro

Home

avanti