Storia triste.
Il post di Zaquini, che ci racconta
della perdita di un amico, ha riaperto una vecchia ferita
che credevo ormai cicatrizzata. Invece, dopo tanti anni,
fa ancora male
E una storia triste, se lascerete subito questo
post vi capirò.
Avevo trentadue anni e, per un fortunato caso, mi trovai
ad essere direttore della filiale di Napoli di una
importante industria del nord.
Dire che lambiente mi era ostile è dir poco:
diventando direttore dopo appena due anni da venditore,
avevo sconvolto le attese di tutti, e i miei cari
collaboratori ce la mettevano tutta per farmela
pagare.
Immaginate la mia situazione: sposato da poco, un bimbo
piccolo, moglie a carico ed il rischio di perdere un
lavoro per il quale avevo sgobbato due anni, senza limiti
di orari o di festività, sacrificando anche il piacere
che avrebbe potuto darmi una famiglia appena formata.
Continua tensione nervosa, un lavoro tutto da imparare e,
naturalmente, una fastidiosa colite spastica
Fu in quel periodo che incontrai Carlo. Era stato mio
collega nellazienda precedente e, mi disse, era
ancora li.
Andammo a colazione insieme, non ci vedevamo da due anni;
rimanemmo a lungo a tavola raccontandoci le nostre
vicissitudini: non era molto soddisfatto del suo lavoro.
Approfittai subito dellopportunità di assicurarmi
la collaborazione di un amico e gli proposi di venire a
lavorare con me: accettò subito.
La sua professionalità mi era nota e non fui sorpreso
degli ottimi risultati che otteneva sul lavoro. La stima
reciproca e la lunga frequentazione rinsaldarono la
nostra amicizia.
Aveva però un difetto: guidava lautomobile da
cane, affrontava le curve tutte e comunque in quarta (allora
poche macchine avevano la quinta, altrimenti le avrebbe
fatte in quinta), sorpassava allimprovviso e senza
segnalare e commetteva mille altre imprudenze, come se
pensasse di essere immortale.
Durante i lunghi viaggi che facevamo insieme per lavoro,
sempre con la sua macchina (le indicazioni aziendali
erano di usare le macchine dei venditori), non facevo
altro che invitarlo alla prudenza e ad una guida più
accorta, ma non cera verso di fargli intendere
ragione.
Una sera di inverno, ritornavamo insieme da Campobasso,
la vecchia strada statale, già normalmente molto
pericolosa, era ghiacciata. Carlo guidava come al suo
solito ed io gli facevo le solite prediche, quando, ad
una curva, la macchina slitto e finì giù dallo
strapiombo. Fummo miracolosamente fermati dalla chioma di
un albero, dove rimanemmo incastrati.
Quando finalmente ritornai in ufficio gli scrissi subito
una lettera ufficiale di biasimo minacciandolo di
licenziamento, se avesse continuato a guidare nel suo
modo suicida.
Dopo di che, azienda o non azienda, non misi più piede
sulla sua macchina.
Carlo però continuò a guidare a modo suo: capitava
molto spesso che rimandasse un appuntamento di lavoro
perché aveva avuto un piccolo incidente
Poi, una mattina, appena arrivato in ufficio, il mio vice
mi disse:
- Carlo ha avuto un incidente
-
La mia esasperazione era ormai al culmine, per cui
risposi irritato:
- E morto?
- Si. .
Era accaduto la sera precedente: al ritorno da una cena a
Montesarchio con un piccolo cliente di Benevento e due
suoi dipendenti, aveva voluto guidare la macchinetta
sportiva del cliente e si era andato ad incastrare sotto
un grosso camion che procedeva in senso inverso. I tre
viaggiatori erano feriti molto gravemente, lui era morto
sul colpo.
Mi recai subito allospedale di Benevento: i feriti
non erano in condizione di ricevere visite.
Un infermiere mi chiese se volevo vedere la salma. Dissi
di si.
Quando fui di fronte al cadavere del mio amico, un
ragazzo di una bellezza non comune con un fisico perfetto
da atleta, fui preso da una rabbia cieca, cominciai ad
urlargli improperi di ogni genere ed offese sanguinose,
fino a che linfermiere riuscì ad allontanarmi con
la forza.
Poi venne a Napoli il direttore generale, andammo insieme
a visitare la famiglia, eravamo naturalmente tutti
affranti ma, tra le righe, si cominciava ad accennare a
discorsi di soldi
Irrazionalmente decisi che quel lavoro non faceva più
per me.
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